lunedì 4 luglio 2011

Pellegrinaggi

Mi sono spostato qui: www.gaetanoievolella.it. 
Seguitemi.
GI

sabato 26 marzo 2011

Scampia, Italia.

Nello scorso mese di novembre, assieme all’amico Andrea Brera che lì ha realizzato un suo bellissimo reportage fotografico, sono stato a Scampia.
Per curiosità e perché mi piace l’idea che per parlare delle cose bisogna prima toccarle con mano. Avevo infatti in programma di realizzare uno spettacolo teatrale che parlasse del vivere in questo angolo d’Italia del quale il resto d’Italia ha deciso di fare a meno. L’idea mi era venuta leggendo un libro passatomi proprio da Andrea: “Manuale del perfetto venditore di droga. Romanzo con business plan.”, di Alessandro Esposito. A farci da Cicerone tra le Vele, le Case dei puffi, il campo Rom sotto l’asse mediano, l’opera Don Guanella, il parco, il mercato, la scuola occupata e i palazzi anonimi c’era Ciro. Ciro, che di cognome fa Corona, lavora per un’associazione che tra le varie cose organizza percorsi di legalità per i ragazzini che vivono a Scampia. In parole semplici lui e chi lavora con lui si prendono i ragazzi da casa, li seguono nel loro iter scolastico e cercano di insegnare loro che esiste anche un modo onesto per vivere e guadagnarsi il pane. In un posto dove fin da bambino t’insegnano che se non fotti il prossimo sei un coglione, quella di Ciro e dei suoi mi è sembrata un’impresa titanica, degna di tutta la mia stima. Così, tornati a casa, io e Andrea abbiamo raccolto un po’ di amici sui quali sapevamo di poter contare e, piano piano, abbiamo cominciato a lavorare all’idea di raccontare a Milano che, ottocento chilometri più a sud, in una terra dove tutti pensano che ci sia solo droga e delinquenza, vivono alcune decine di migliaia di persone che cercano di fare una vita normale. E in mezzo a queste persone ce ne sono centinaia e centinaia che si battono perché la propria terra sia un posto migliore dove stare. E la terra di queste persone, che per noi così lontani si chiama Scampia, per loro si chiama Italia.
Gli amici con cui ci siamo messi al lavoro si chiamano Andrea Tammaro, Gabriele Villa, Cesare Giuzzi, e via via a loro si sono aggiunti altri amici e persone che abbiamo incontrato lungo il percorso. Così, quello che doveva essere un piccolo tributo si è trasformato pian piano in un evento la cui portata è andata ben oltre le nostre aspettative: un mese intero di incontri, mostre, presentazioni, concerti, spettacoli e proiezioni, “per raccontare l’altra faccia di Gomorra: la Scampia che resiste e non si arrende”. A Milano, perché Milano è sempre più terra di conquista da parte della criminalità, e non arrendersi a Scampia, difendere il territorio, diventa allora un modo per difendere Milano, così come Roma, Palermo, Bologna, Firenze, Venezia, Torino e l’Italia intera. Perché ogni pezzo di terra lasciato al nemico è una roccaforte in più da smantellare, una ferita in più da medicare prima che diventi cancrena.
Ai molti appuntamenti, il cui lungo elenco è consultabile sul sito che abbiamo creato, all’indirizzo www.scampiaitalia.it, parteciperanno tante persone che hanno dato la loro disponibilità, a cominciare da Alessandro Esposito, autore del libro da cui è partito il tutto, il quale col suo spirito intraprendente è entrato a pieno titolo nel gruppo degli organizzatori. E con lui Ciro Corona, che assieme a Don Aniello Manganiello e a Daniele Sanzone degli A67 (che apriranno l’evento col loro concerto), verrà a presentare il progetto Scampia Trip. E ancora Sergio Nazzaro, Davide Cerullo, Fabio Abati, Igor Greganti, Pasquale Passaretti, Bruno Bigoni e Valerio Spada, che porteranno il proprio contributo, chi come fotografo, chi come scrittore, giornalista, documentarista, attore. E Giovanni Pelloso, critico, fotografo e giornalista, che condurrà un bellissimo incontro con Valerio Spada e Andrea Brera, autori entrambi di reportage in terra di camorra, alla scoperta della loro esperienza diretta nel rapporto con le persone, i luoghi, le sensazioni. E ancora la Pina, di Radio DJ, la quale con entusiasmo ha accettato di condurre una serata dedicata al fenomeno neomelodico, assieme ad Armando Sanchez, di Radio Studio Emme, e Federico Vacalebre, de “Il Mattino”. E tutti gli ospiti di primissimo piano che animeranno l’incontro al Circolo della Stampa, nel quale si affronteranno i problemi del giornalismo d’inchiesta di fronte alla criminalità: Roberto Bichi, presidente della 1° sezione civile del Tribunale di Milano, l’avvocato Raffaele Della Valle, Giulio Cavalli, coraggiosissimo attore, e i giornalisti Giovanni Negri, Alberto Spampinato, Gianni Barbacetto, Renzo Magosso e Susanna Ambivero. E Alessio Galbiati e Roberto Rippa, di Rapporto Confidenziale, i quali hanno dato il loro contributo con una rassegna cinematografica ricchissima di documenti di assoluta qualità e di curiosità da non perdere. E Paola Savoldi, che assieme a Daniela De Leo ha organizzato il seminario di apertura sull’urbanistica delle periferie. E Rebecca Travaglia, che ha curato la grafica del materiale promozionale. E Annalisa Corbo e Rossella Savino, che hanno tenuto i rapporti con la stampa. E ancora Melina Scalise, di Spazio Tadini, Deborah De Bernardi e tutto lo staff di Areapergolesi/Maison Fou, lo staff di Palazzo Granaio, del Bitte, dello Spazio Frida, dello Spazio A, il Susp, la Virgolaz, i DescargaLab e i gruppi di Baggio e del Giambellino e tutti gli altri che qui non posso citare per questioni di spazio ma che hanno contribuito alla realizzazione di questo bellissimo evento, ai quali per questo va tutta la mia gratitudine.
Da lunedì prossimo la passione di tutte queste persone è a vostra disposizione: approfittatene, perché sarebbe un peccato non farlo. E perché sono sicuro che ne uscirete anche voi arricchiti, come è successo a me.
A presto!

Gaetano

P.S.: Ah, dimenticavo! Lo spettacolo teatrale di cui parlo all’inizio l’abbiamo fatto. È in scena anch’esso nell’ambito dell’evento, dal 14 al 17 aprile, presso un piccolo teatro milanese dove spesso ci piace presentare i nostri lavori. Trovate qui tutte le info: http://www.scampiaitalia.it/128/benedetto-colui-che/.

sabato 5 marzo 2011

Chamaco



Qualche anno fa, durante un viaggio a Cuba, raccolsi in una libreria di Pinar del Rio alcuni libri di autori locali. 
Uno, in particolare, mi colpì: Chamaco, di Abel Gonzalez Melo. Tornato in Italia decisi di tradurre il testo con l’idea di pubblicarlo. Scrissi all’editore cubano senza credere più di tanto nella possibilità di una risposta ma, a dispetto della mia scarsa fiducia, solo un paio di giorni dopo avevo già le informazioni richieste: Abel vive a Madrid, torna saltuariamente a l’Avana, puoi contattarlo così e così. Gli scrissi e poche settimane dopo, assieme all’amico René - argentino, dunque madrelingua - ero a Madrid a discutere il progetto.
Con Abel abbiamo lavorato due giorni a tempo pieno, per essere sicuri di cogliere il senso di ogni frase, le ragioni di ogni azione, il colore di ogni atmosfera. E poi ancora per altri due mesi ci siamo scambiati opinioni e punti di vista, verificando di non tradire il significato di ogni singola parola tradotta. Oggi, a distanza di quasi tre anni, questo lavoro meticoloso e artigianale è diventato un libro. Di più: è il primo libro di un progetto editoriale che ho seguito personalmente, con il preziosissimo aiuto di René e di Abel. Questo progetto si chiama Hackmuth e ha per logo un cagnolino che ride (a voi scoprire il perché!). Per una volta dunque approfitto di questo spazio per parlare di un libro della cui esistenza, almeno in italia, mi sento in parte artefice. Lo faccio tramite la prefazione che ho scritto.
Se qualcuno di voi volesse acquistarne una copia, consiglio di scrivermi, in quanto al momento solo poche librerie lo hanno in vendita. Le spese di spedizione sono a mio carico, ovviamente. Se invece avete un amico libraio, consigliategli di mettersi in contatto con me per averne delle copie in conto vendita! In ogni caso, buona lettura.


Perché Chamaco

Sono arrivato a Chamaco per puro caso, durante un viaggio solitario a Cuba, in cerca di qualcosa di cubano che non fossero le grosse auto americane degli anni cinquanta. In una libreria di Pinar del Rio, particolarmente ben tenuta e ordinata, ho fatto incetta di alcuni libelli dalla grafica vivace. Testi teatrali e altre opere di giovani autori cubani, fra cui Chamaco. Non conoscevo ovviamente né l’autore né l’opera, né, per la verità, avevo mai letto niente di quanto prodotto dalla letteratura dell’isola. Ne fui impressionato subito. Per la freschezza del linguaggio, per la schiettezza dei caratteri, per i tratti duri e marginali dei personaggi e al tempo stesso per la loro tragica purezza.
Chamaco è un opera dove non ci sono buoni e cattivi, ma solo uomini e donne, esseri umani di fronte alla vita. Come nelle opere di Eschilo e Sofocle, non è l’attesa di scoprire come stanno le cose a tenerci incollati alle pagine - sappiamo già tutto - ma il desiderio di veder dispiegarsi la tragedia umana che intuiamo dietro i tratti di ogni personaggio, fin dal primo incontro con loro. Ed è una tragedia mai banale, tantomeno esplicita, sempre sofferta. E questo rende Chamaco, che in sé è un’opera terribilmente cubana - nel senso che nella realtà di Cuba affonda le radici nella maniera più profonda - un’opera di respiro internazionale. Come se il vento che soffia fra le fronde dei rami del Parco Centrale de L’Avana, correndo lungo il Prado fino al Malecon, portasse l’aria di questa città per il mondo, diffondendone gli odori e le storie. Se L’Avana è il contesto - essenziale - perché si scatenino gli eventi, le emozioni e i conflitti che ne scaturiscono sono di ogni luogo. E le relazioni fra gli uomini che le vivono, uomini e donne che incarnano la Cuba più miserabile e reale - diremmo, quotidiana - sono anch’esse universali. 
Nascono a Cuba, a L’Avana, ma sono di tutto il mondo. E, come scrive Carlos Celdrán nella sua prefazione all’edizione cubana di Chamaco, sono descritte “con una sensibilità, un’immediatezza e una sintesi assolutamente contemporanee”. Universali, aggiungiamo. Per questo Chamaco, che è un testo che nasce per il teatro, riesce ad essere anche romanzo e racconto e ancor di più, per le immagini evocate, per l’intreccio e per il “montaggio” delle scene, cinema. Nella sua versione più nobile: quella che mette lo strumento narrativo al servizio della narrazione, esaltandone i contenuti ma sempre con discrezione, senza mai arrivare a coprire le parole, i fatti, con gli effetti
speciali.
Per questo, credo, e per altri motivi che i lettori - spero molti - vorranno cogliere, Chamaco meritava di essere tradotto e portato in Italia. 
Così, con inaspettata sempicità, attraverso l’editore cubano ho preso contatto con Abel, che oggi vive a Madrid per lunghi periodi dell’anno, e ho chiesto il suo assenso.
Abbiamo lavorato insieme per alcuni giorni, con lui e con l’amico René Fourés, e poi a lungo a distanza, per arrivare a una traduzione che fosse quanto più possibile fedele all’originale, che ne rispettasse le atmosfere e talora anche il senso letterale dei termini. Un lavoro di cesello reso possibile anche dall’enorme passione con la quale Abel si dedica alle proprie “creature”, fra le quali Chamaco, in quanto primogenita, è senz’altro la prediletta. 

CHAMACO
di Abel González Melo
trad. di Gaetano Ievolella e René Fourés
Hackmuth | Libri da leggere
Edizioni Argonautiche
ISBN 978-88-96843-07-9


96 pagine, 9€

lunedì 21 febbraio 2011

La rabbia e l’orgoglio

Negli ultimi dieci anni ho visitato quasi tutti i paesi sull’altra sponda del Mediterraneo. Sono stato in Marocco, in Algeria, in Tunisia più volte, in Egitto, in Siria, in Giordania e in Libano, oltre che in Turchia, dove però si respira aria più europea che in molte città d’Europa. Tutte le volte, senza nessuna eccezione, ho vissuto esperienze che mi hanno segnato nel cuore, ho incontrato persone fantastiche e visto luoghi magnifici. Ho ricordi incredibili che porto sempre con me.
Dell’Egitto ricordo la magia del grande mare di sabbia. Il deserto nero, il deserto bianco, poi le dune sterminate e quel senso di appartenenza a quel luogo, come se un legame ancestrale ci unisse. Ricordo Khaled, la nostra guida, che la sera prima di rientrare si appartò in lacrime per poi spiegarci che ogni volta lasciare il deserto era per lui come lasciare padre e madre. Ricordo quella piazza Tahrir teatro dei recenti scontri e le vie del Cairo affollate e confuse. Del Marocco ho davanti a me il rosso dell’Erg Chebbi e la meraviglia di potersi parlare sottovoce a cento metri di distanza. E la piazza Jamal el Fna a Marrakech, piena di fumi, odori, luci e colori. Nel souk passai un giorno intero, per andarmene solo dopo il tramonto, incantato dalle scintille proiettate verso il cielo scuro dai fabbri che ancora lavoravano il ferro. Ricordo di aver comprato un piccolo berretto da una donna, fatto a mano. Assieme a un amico contrattammo il prezzo fino all’equivalente di 5 o 6 euro. Quella sera al ristorante un cameriere ci disse che avevamo fatto un buon affare: la donna che ce lo aveva venduto aveva probabilmente lavorato almeno due giorni per farlo. Fu una bella lezione.
Con i libanesi ho condiviso tre giorni di traghetto verso la Siria. Gente allegra, con la quale stringere amicizia è un attimo. Ero con due amici e scendemmo con una quantità di numeri di telefono e di contatti da andare a trovare. Ma soprattutto, fatti poche centinaia di metri in suolo siriano, ci fermammo per comprare della frutta e lì, vedendoci, un pasticciere ci venne incontro offrendoci una scatola dei suoi dolci, in segno di benvenuto nel suo Paese. Esattamente quel che succede ai siriani che arrivano da noi… Ma i ricordi più belli sono quelli della Tunisia. A Kairouan, città santa, ricordo di aver passato un’intera giornata giocando a scacchi con alcuni ragazzi al mercato. Più a sud, uscendo dal deserto dopo due giorni di moto, sotto un sole cocente, col sudore che era arrivato a incrostare di sale il giubbotto di pelle, ci fermammo sotto un albero a riposare. Ho ancora le foto della ragazzina che vedendoci ci portò dell’acqua senza nemmeno che gliela avessimo chiesta. Poco dopo ci raggiunsero i genitori i quali, rammaricati per non poterci invitare a pranzo avendo già altri ospiti, chiamarono lo zio perché ci accogliesse lui. Restammo e per tutto il tempo fu un via vai di amici e parenti che venivano a presentarsi, lieti di conoscerci e di raccontarci qualcosa di loro. Eravamo a Tamezret, se ben ricordo. Non lontano da lì qualche giorno prima, avevamo bevuto un te e mangiato qualcosa in un piccolo bar, in un paese di pastori dove le donne lavoravano tappeti. Non essendoci molti avventori i due gestori si sedettero con noi a chiacchierare. Ci raccontarono ogni cosa delle usanze del luogo, curiosi di sapere altrettanto di noi. Dopo quattro ore ce ne andammo ma non ci fu verso di pagare il conto: gli amici sono amici, non pagano, tanto più se sono forestieri. Più a ovest, a Tozeur, c’è ancora l’amico Neji. Ha vissuto per vent’anni ad Arezzo e parla italiano con un fantastico accento toscano. È ritornato a casa dopo una crisi depressiva per aprire un bel negozietto di souvenir. Da lui ho comprato bellissimi tappeti che ancora ho in casa e bevuto (di nascosto!) l’introvabile birra che conserva per i suoi ospiti speciali.
Potrei raccontare ancora decine di aneddoti e riempire pagine di ricordi, ma non è per annoiare che ho cominciato a scrivere queste righe. È per dire, per gridare che non posso sopportare che chi mi rappresenta non abbia il coraggio di prendere una posizione di condanna netta e decisa nei confronti di chi ha vissuto per anni sulla pelle di queste genti che hanno un cuore grande come la cultura millenaria che si portano dentro. È per gridare la mia preghiera che il vento di rivolta che ha preso a soffiare sull’altra sponda del mare nostro possa spazzare via dittature e integralismi e dare a questa gente la pace che merita. Temo non sarà così facile, ma al tempo stesso mi riempie di una rabbia enorme l'imbecille ipocrisia di chi quei vari dittatori li ha sostenuti e addirittura accolti a braccia aperte. E vorrei che in questo Paese, che è anche il mio Paese, ritrovassimo l’orgoglio di portare avanti la bandiera dell’onestà, l’orgoglio di essere un popolo generoso, pronto a dare una mano al prossimo anche a costo di dover fare qualche sacrificio, ammainando definitivamente l’insegna dell’opportunismo, dell’utilitarismo di piccolo cabotaggio e dell’affarismo interessato che chi ci governa (ahimé, non solo!) pretenderebbe di mettere sopra i nostri palazzi. Non pretendo una rivoluzione, ma che almeno nei vostri cuori si muova la rabbia e si faccia strada l’orgoglio, questo sì. E il coraggio di alzare la voce!

mercoledì 2 febbraio 2011

Continuare a sognare


In un piccolo cinema di periferia, con le sedie scomode che quando finisce il film hai mal di schiena, al prezzo di quattro euro più quattro per la tessera - perché è roba per tesserati! - può anche capitare di assistere a una magia. È così che succede se sullo schermo, che pure è piazzato un po’ troppo in alto perché lo si possa guardare comodi, s’inseguono uno a uno i sogni de “L’illusionista” di Sylvain Chomet.
Tratto da una sceneggiatura scritta da Jacques Tati poco prima della sua morte (e per questo mai diventata film), è la storia di monsieur Tatischeff (il nome completo di Tati era appunto Tatischeff, e del suo autore il personaggio ha anche le sembianze), illusionista, la cui carriera si scontra col cambiare dei tempi. Di fronte a un pubblico che preferisce i concerti rock alla sua arte, Tatischeff abbandona Parigi per attraversare la Manica. Anche Londra gli si rivela presto ostile, così, alla ricerca di un luogo che ancora apprezzi le sue abilità, Tatischeff si avventura più a nord verso la Scozia, dove nelle bettole di paese ancora si fa festa. Qui, in una piccola locanda dove si trova a lavorare, conosce una giovane donna di servizio, la quale resta affascinata dai suoi prodigi. A lei Tatischeff regala un paio di scarpe nuove con i pochi soldi appena guadagnati. Per gratitudine o per mancanza di alternative - per affetto nei sogni di Tatischeff - la giovane ragazza lo segue quando egli decide di trasferirsi a Edimburgo in cerca di nuove occasioni di lavoro. Qui i due affittano un piccolo appartamento in un residence sgangherato nel quale vivono artisti e altri personaggi più o meno strampalati. Lei cucinerà per lui e terrà in ordine la casa, lui le comprerà ogni giorno qualcosa di bello, secondo i suoi desideri. Lui dormirà sul divano, lei nella stanza più bella. Lui si prenderà cura di lei, lei di lui.
Ma le cose non andranno bene che per poco tempo: Tatischeff, tanto buono quanto ingenuo, tra raggiri e profittatori, rimarrà senza un soldo e, infine, perderà anche la sua ammiratrice, che troverà l’amore altrove. Rimarrà solo, così sulla pellicola come nelle sale, senza uno spettatore. Già perché il film è uscito nel 2010, ha avuto questo premio e quell’altro, ma in Italia, al momento, considerando anche il sottoscritto, ad averlo visto siamo forse in mille. “Che bella giornata”, il film di Checco Zalone, ha registrato incassi per oltre dieci milioni di euro nel solo giorno di uscita, e un numero di spettatori inarrivabile. Non si dovrebbero mai fare paragoni, ma per una volta voglio pensare che se in questo paese venisse meno la voglia di ridere – che da ridere c’è veramente poco – e si rifacesse strada quella voglia di sognare che fu del periodo in cui Tati scrisse “L’illusionista”… beh, questo paese potrebbe forse riguadagnarsi quella maiuscola in testa di cui ormai non tiene più nemmeno a fregiarsi.
Nel frattempo qualcuno altrove si è accorto che le tavole di Chomet sono un assoluto capolavoro, così il film correrà per l’Oscar tra i film d’animazione. Vincerà, così lo vedranno finalmente in molti. Oggi funziona così.

lunedì 24 gennaio 2011

Qualunquemente Cetto

Quantunquemente Antonio Albanese resti geniale nella costruzione di un personaggio surreale nelle intenzioni quanto persino iperrealista nei fatti, Cetto non ci convince: il film strappa le risate migliori quando riesce a mettere a nudo la follia di una certa politica che rinuncia in assoluta trasparenza a farsi portavoce di un qualsivoglia modello ideale per incarnare invece il peggio della società che rappresenta, ma non va oltre.

Cetto è il non plus ultra del politically uncorrect, ed è genuinamente onesto nell’esserlo: proprio come quella politica di cui è caricatura, ciecamente convinto di essere nel giusto, mette da parte ogni remora di ordine etico o morale per far passare l’idea tutta nuova che corruzione, malaffare, latrocinio e interesse privato possono trovare la loro giustificazione nella pratica comune e nel consenso altrui, poco importa come lo si sia ottenuto. Sulla scia del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, corrompere il prossimo diventa lo strumento migliore per essere l’eletto fra i corrotti, e avere avversari corrotti la giustificazione migliore per essere più corrotti di loro, fino a proclamare definitivamente che la corruzione è cosa buona e giusta e che chi non la pratica in pubblico senz’altro la pratica in privato, di nascosto, ed è dunque peggiore egli stesso di quanto non dica degli altri.
Memorabili sono i suo slogan: “Prima voti, poi rifletti”, “I have no dream, ma mi piace u pilu!”. Memorabili i suoi comizi (“Mi hanno chiesto cosa voglio fare per i poveri e i bisognosi: una benemerita minchia!”) e le sue lezioni di educazione sentimentale al figlio Melo, costretto a lasciare la fidanzata perché di misure assai poco generose. Ma tutto questo l’avevamo già visto a Zelig!

Dove il film manca completamente è sull’altro fronte, quello del mondo intorno a Cetto: come è possibile che un simile personaggio faccia proseliti e vinca le elezioni? Qual è la radice del successo di questa classe politica che incarna il peggio della Nazione che rappresenta erigendolo a sistema? Non basta aggrapparsi al broglio in cabina, al parentame e al clientelismo: fosse solo questo non ci sarebbe bisogno di un film, è roba vecchia. C’è di più, là fuori: c’è un mondo che vede sovvertiti giorno dopo giorno i principi stessi su cui si è costituita la civiltà moderna, in un contesto di pressoché generale noncuranza. E nessuno che sappia spiegarselo! Avrebbe potuto farlo lui, Cetto: spiegarci com’è che certi meccanismi fanno breccia nel cuore di un comune cittadino e farci così sentire il peso, uscendo dalla sala, di essere stati anche noi una volta nella vita fra gli elettori di un Laqualunque qualsiasi. Avrebbe potuto, ma forse avrebbe dovuto avere accanto qualcuno, mentre attorno a lui c’è il nulla.
In un solo momento la regia di Giulio Manfredonia, latitante per il 90% del film, notaio per la restante parte, si accorge che questo è il tema: quando al termine di un dibattito televisivo condotto con le armi di una faziosità iperbolica quanto già troppe volte vista dal vivo, la telecamera stringe sul volto affranto dell’avversario di Cetto, mentre le luci dello studio si spengono lentamente e tutti escono festanti.
Per il resto è tutto vuoto: i personaggi spudoratamente macchiettistici che circondano il nostro eroe, a mezza via tra Franco e Ciccio e la caricatura di Marlon Brando, la moglie starnazzante, incapace di essere anche solo la parodia di quel che dovrebbe essere, fino al guru barese che parla milanese (ma perché, dico io?), interpretato da uno spaesatissimo Rubini, inspiegabilmente costretto ad essere quello che non è, palesemente in imbarazzo in panni non suoi.

Insomma... una grande occasione sprecata.
E un gran peccato, perché Cetto funziona davvero bene, ma non riesce ad andare oltre il format modello “Zelig” (v. anche il recente strasuccesso di Checco Zalone, tanto visto quanto mal fatto), il che costringe ad amare riflessioni nostalgiche dei tempi che furono, quando Totò gridava “Vota Antonio, vota Antonio” e Alberto Sordi girava “Tutti dentro!” con una parrucca da fare impallidire quella di Cetto.
Ma noi vogliamo bene al cinema italiano, nonostante tutto, perciò faremo il tifo per Albanese a Berlino. E siamo sicuri che i tedeschi sapranno apprezzare meglio di noi quest’Italietta tutta spaghetti e mafia di paese di cui noi abbiam piene le tasche. E pure i coglioni.



venerdì 10 dicembre 2010

Un centesimo di secondo

Un amico fotografo, e con lui altri in questi giorni, pubblica questo video sul suo blog:


Il video è molto ben fatto, indubbiamente. E pone un problema serio: quello della responsabilità di chi osserva senza intervenire, di chi è sul campo e non condiziona gli eventi, limitandosi semplicemente a riportarli all'attenzione dell'opinione pubblica.
La regista, Susan Jacobson, e il produttore, Alex Boden, lavorano da molti anni nel mondo del cinema, e il cortometraggio ha ricevuto diversi riconoscimenti.
Io, in franchezza, lo trovo semplicemente manipolatorio.

venerdì 15 ottobre 2010

Kertesz. Il fotografo col cuore in mano.

Per chi avesse la fortuna di trovarsi in questi giorni a Parigi c’è un appuntamento davvero da non mancare: al Jeu de Paume sono esposte le foto di una vita di André Kertesz.

Nato in Ungheria nel 1894, Kertesz si trasferisce giovane a Parigi e quindi, successivamente, a New York, dove muore nel 1985. Inizia a fotografare la quotidianità del suo piccolo paese d’origine: le donne, gli uomini, i bambini, intenti a lavorare, giocare, ridere, chiacchierare, correre, scherzare, spiare, mangiare, dormire. In Francia Kertesz si trasferisce proprio perché della fotografia decide di voler fare il suo lavoro, e Parigi saprà ripagarlo facendogli scoprire che non solo gli uomini ma anche le cose degli uomini, le città, hanno un’anima. Sempre attratto dalla novità, decide di volare a New York per un contratto, ma negli States quelle immagini così cariche di emozioni non avranno successo. Ciononostante Kertesz decide di rimanere oltreoceano. Tornerà in Francia e in Ungheria solo molti anni dopo, in un viaggio durante il quale andrà alla riscoperta dei luoghi e dei soggetti dei suoi scatti passati. Recupererà durante il viaggio un certo numero di suoi negativi, dai quali sarà capace di trarre nuove immagini ritagliando le inquadrature e rileggendo sotto altra luce il lavoro fatto anni prima.

Lo stile di André Kertesz è semplice, limpido, essenziale. Attentissimo alla composizione, di assoluta pulizia ma al tempo stesso incredibilmente magica, evocativa. Sì, perché primo fra i primi André Kertesz ha scoperto un fatto essenziale, che oggi potremmo dare per scontato ma che non lo era certo ai tempi, ossia che l’immagine parla al cuore prima che alla ragione.
I suoi occhi si fermano per la prima volta su un ragazzo addormentato. Poi su un uomo che attraversa i binari di una ferrovia, su un pittore che pare dipingere la sua ombra, su un braccio che spunta inconsueto da una parete attraverso una ventola, su una forchetta appoggiata ad un piatto, sulle ombre proiettate in terra da alcuni bambini in cammino, su una coppia di mezza età che spia le acrobazie di un circo attraverso la fessura di una staccionata, sui particolari degli atelier dei suoi amici artisti. Un uomo in piscina che nuota completamente sommerso e la sua immagine deformata dall’acqua colpiscono la sua attenzione e fanno scoccare la scintilla di un'autentica passione per le mille deformazioni che il corpo umano può subire attraverso l’uso di specchi concavi e convessi. Le geometrie dei viali, delle scalinate, delle panchine e degli alberi di Parigi acquistano attraverso l’obiettivo della sua macchina una nuova e inattesa aura di romanticismo. Un incrocio visto dall’alto, un parco illuminato ricoperto di neve, il gioco delle luci e delle ombre dei passanti su un muro suggeriscono nuove prospettive, nuove magiche interpretazioni del reale.

Kertesz fotografa con il cuore, fotografa quello che gli piace, quello che lo colpisce: la bellezza della vita in tutta la sua semplicità. Sa coglierne ora gli aspetti comici, ora quelli malinconici, ora gli uni e gli altri insieme. Senza mai eccedere, senza mai concedere nulla alla voglia di colpire ad ogni costo. E’ proprio qui, credo, la dote che lo rende grande: la discrezione, spesso accompagnata da un sorriso, di chi sa che non è necessario darsi pena per esaltare la magia del la vita, giacché è sufficiente attirare l’attenzione sul giusto particolare e ciascuno saprà trovare il suo gusto nell’assaporarla a modo proprio.

Finirà a ritrarre camini da lontano, dalla finestra del suo appartamento newyorkese, quasi a voler sottolineare la sua solitudine incompresa e al tempo stesso a rivendicare la sua autonomia e la sua voglia ancor viva di andare sempre e comunque alla ricerca di un particolare entusiasmante, anche laddove potrebbe sembrare che vi sia solo fumo nero e fuliggine.
L’ultimo suo scatto ritrae la figura di un uomo dietro un vetro opaco, intento a osservare un mare calmo e piatto. Nient’altro è rimasto da dire, se non il nulla.

Al Jeu de Paume è raccolta una parte assai importante del lavoro di André Kertesz: pressoché tutti i suoi scatti più famosi, una grande quantità di negativi esposti in originale e un film-intervista che documenta il suo viaggio attraverso le tre città nelle quali visse.
Dalla visita si esce con quel senso di piacevole soddisfazione che si prova dopo una cena in un buon ristorante, e con quella leggera malinconia che tocca il cuore quando si considera che qualcosa di prezioso ora non c’è più.



Info: Kertesz al Jeu de Paume 

sabato 2 ottobre 2010

Lux vs. Woodman

Francesca nasce nel 1958, a Denver, Colorado. Inizia a scattare le prime foto a tredici anni. Le stampa da sola, nella propria camera da letto, trasformata in studio fotografico. Questo rapporto intimo e privato con la macchina fotografica la accompagna per tutta la vita: il suo lavoro è quasi per intero composto di autoscatti. Si ritrae in contesti desolati, talora squallidi, comunque essenziali, assumendo pose inconsuete, nelle quali quasi mai compare in volto mentre spesso è nuda o seminuda. Sovente si tratta dei medesimi luoghi in cui vive.
Dietro ogni immagine sua s’intuisce una ricerca meticolosa del risultato finale. S’intuisce la voglia di scavare dietro la superficie della materia, dentro quel corpo, che è il suo, che con la stessa sua arte Francesca pare voler distruggere, forse umiliare, senz’altro nascondere, mimetizzare, annullare. Muore sucida a soli 22 anni, prigioniera dei suoi incubi.

Loretta è del 1969, nata a Dresda, in quella che allora era la famigerata Repubblica Democratica Tedesca. Riesce a trasferirsi a Monaco nel 1989, prima però della caduta del Muro, e lì studia pittura. Dieci anni dopo abbandona la pittura e si dedica alla fotografia. Non si tratta di un abbandono vero e proprio: Loretta porta con sé il suo bagaglio di esperienze e lo applica alla nuova tecnica, facendo ricorso agli strumenti che l’informatica e la tecnologia le mettono a disposizione. Fotografa bambini, in posa, abbigliati con abiti che ricordano un passato che non c’è più. E li trasferisce in un mondo di sogno, fatto di colori morbidi e ovattati, intriso di una serenità surreale, raggelante. Il risultato è vivo, commovente, reale in una maniera stupefacente, inquietante per la sua capacità di cogliere la furia che ribolle dietro la calma apparente.

Due approcci diametralmente opposti alla fotografia. Da una parte il rispetto formale, il bianco e nero dettato dalla luce, l’immagine fedele, la ricerca introspettiva, la scarnificazione della tecnica ridotta all’osso del suo essenziale. Dall’altro la rivoluzione, il colore selezionato dall’estro, le regole piegate alle esigenze artistiche, la manipolazione, l’occhio che corre sul mondo fuori, guarda al passato e s’interroga sul futuro. Nessuno scandalo se, per una volta, questo secondo pare anche più efficace del primo: l’arte è ancora un fatto umano.

Tutto questo si può ancora vedere a Milano: Francesca Woodman è a Palazzo della Ragione, fino al 24 ottobre (ingresso 8€), e Loretta Lux alla Galleria Carla Sozzani, fino al 31 ottobre (ingresso gratuito).

lunedì 27 settembre 2010

Somewhere.

Da qualche parte. Certo non qui.

Forse voi non sapete chi sia, ma Johnny Marco è un famoso attore hollywoodiano. Il pubblico lo adora, la critica lo osanna, i migliori registi se lo contendono, i giornalisti lo tempestano di domande inutili e le multinazionali lo scritturano per le loro campagne pubblicitarie. Potrebbe meravigliare che alle sue calcagna non s’accalchi un nugolo di paparazzi (già, perché?), ma Johnny Marco è davvero il numero uno. Infatti è ricco, ha tutto quel che si potrebbe desiderare, compresa una fiammante Ferrari nera che adora guidare. Ha donne bellissime che gli si concedono al primo approccio, in ogni angolo della terra dove i suoi viaggi lo conducono. Ha anche una ex moglie. E una figlia adolescente molto in gamba, che lui però trascura alquanto, preso com’è tra mondanità, feste e impegni di lavoro. Voi potreste pensare che Johnny Marco sia l’uomo più felice del mondo, che la sua vita sia la cosa più desiderabile cui un uomo possa aspirare, che il suo futuro sia radioso e il suo presente magico, ma non è così. Johnny Marco è depresso. Proprio così, possiamo giurarlo. Sente che la sua vita non ha un senso, che tutto quello che fa è vuoto. Sente che dovrebbe essere un padre migliore, un amante sincero e un uomo generoso, ma si rende conto di non esserne capace. Sì perché - dovete sapere - la fama e la ricchezza non danno la felicità. Credeteci, può sembrare strano, può suonare incredibile, ma è proprio così! E così un giorno il nostro Johnny Marco abbandona tutto: le sue cose nell’hotel in cui vive, la sua Ferrari al bordo di una strada lunga e diritta che corre verso il nulla. E continua a camminare lungo quella strada, finalmente con il sorriso sulle labbra. E il film finisce. Vogliamo dire: “finalmente”? Ma sì, diciamolo! Può sembrare irrispettoso, ma è rispetto propinare allo spettatore un nugolo arraffazzonato di banalità e luoghi comuni passandolo per pensiero intimo e profondo?

P.S.: Per chi, indeciso se vedere il film, ritenesse ingeneroso quanto sopra, quello che segue è un elenco delle scene migliori.
1. Quindici minuti di orologio di corse in Ferrari con il rombo del motore come unico sonoro aprono e chiudono il film.
2. Johnny Marco accusa i primi sintomi di depressione: per circa tre minuti lo vediamo seduto su un divano, sorseggiare una birra indeciso. Una pera rotola irrispettosa sul tavolino davanti a lui.
3. Johnny Marco e le donne (per rispetto di chi legge riporto solo il meglio del meglio):
3a. J.M. va a una festa. Tutti dicono cose banali. Che fare? Un drink e una pasticca per tirarsi su, poi si avvicina alla più donna più bella, le rivolge la parola e se la porta a letto. Facile, no?
3b. J.M. apre la porta della sua stanza d’albergo. La vicina della porta accanto non aspetta altro: uno sguardo e via con la cavalcata di rito!
3c. J.M. parla al telefono, si affaccia al balcone. Al piano di sotto una donna prende il sole, ma appena si accorge di lui gli mostra il seno. Lui davvero non ne può più… come biasimarlo, del resto?
4. Johnny Marco è in piscina, dorme su un materassino che va alla deriva. Nessun sonoro se non rumori di fondo lontani. Dopo qualche minuto il materassino esce di campo. Così, lentamente, un po’ per volta.
5. Johnny davvero si è reso conto di essere una nullità. Ci ha messo un po’, ma finalmente trova il coraggio di chiedere aiuto. La donna che gli risponde gli consiglia di fare del volontariato. Mai consiglio fu più azzeccato!
6. …davvero volete che continui? Ci sarebbe la scena di Johnny Marco che riceve il Telegatto, con Nino Frassica, Valeria Marini… imperdibile! Se volete vederla dovete soffrire un po’ anche voi, andate al cinema!



Somewhere, di Sofia Coppola
USA 2010, colore, 1.85:1, 98 min
Vincitore del Leone d'Oro per il miglior Film al Festival di Venezia 2010.

giovedì 19 agosto 2010

Camus giornalista

"Mi hanno dato del sentimentalista. E' vero. Ho fatto il giornalista perché quando mi alzavo al mattino e leggevo il giornale c'erano alcune notizie che mi facevano rabbia. Volevo esprimere quella rabbia nella maniera più chiara possibile e non ne ero capace altrimenti. Di certo non avevo una teoria, tantomeno un'ideologia che la comprendesse. Né avevo intenzione di andare oltre i limiti dei fatti di cui fossi sicuro. Così sono stato preso per irrisoluto, scarsamente costruttivo e banalmente moderato. Ebbene, non penso tuttora di essere pronto a compromessi sulle ragioni della mia rabbia."

Albert Camus

martedì 13 luglio 2010

Katyn


Katyn racconta dell'eccidio di 22.000 polacchi, in gran parte ufficiali dell'esercito, compiuto dai Sovietici nella primavera del '40. Non si ferma alle vittime ma indaga il dramma dei loro familiari e di chi (pochissimi) è sopravvissuto.
Se terribile fu l'eccidio, peggiore, credo, fu quel che venne dopo: per anni, entrata la Polonia a far parte del blocco sovietico, fu vietato (e sanzionato anche con la morte) dire la verità sull'accaduto. La strage fu attribuita ai tedeschi e datata nel '41: anche una lapide con la data del '40 fu sufficiente ad essere imprigionati. Questa impossibilità di poter dire la verità mi pare la cosa più forte della storia di Katyn: la scelta tra la verità e la vita cui sono stati costretti milioni di polacchi. Il film la rende degnamente ed è straziante. Nelle sale polacche è stato visto da oltre tre milioni di spettatori (la Polonia conta circa venti milioni abitanti). In Italia è rimasto in programmazione solo alcuni giorni, in alcune delle poschissime sale ancora attente a proporre un cinema di qualità. Nessuno se ne è lamentato.
Anche questo dovrebbe fare riflettere.

mercoledì 3 settembre 2008

Morte di Cirano

Cirano - Mi sta guardando... Mi par proprio che mi guardi, che si permetta di fissarmi il naso - lei che sul teschio camuso non ha naso... (si mette in guardia) Che dite? Che è inutile resisterle? Lo
so. Ma non si combatte solo per vincere. No, è assai più bello quando è inutile! ...vi vedo! Quanti siete? Mille? Vi riconosco, ci siete tutti! ...tutti i miei vecchi nemici! La Menzogna? (Tira colpi di
spada nel vuoto) Tieni! Prendi! Ah, ah! Il Compromesso, il Pregiudizio, la Viltà... (Duella). Volete che venga a patti? Mai! Ah, eccoti anche te, la Stupidità! Lo so che alla fine l'avrete vinta voi, ma non m'importa, io mi batto! Mi batto! Mi batto! (Fa ruotare vorticosamente la spada e si ferma affannato) Sì, m'avete preso tutto: l'alloro e la rosa! Prendete! Prendete! Ma c'è qualcosa che porto con me, nonostante voi, qualcosa con cui stasera saluterò l'azzurra soglia del cielo nel presentarmi a Dio, qualcosa che non ha piega né macchia... (Si lancia con la spada levata verso il vuoto) Qualcosa che... Qualcosa... (La spada gli scivola dalle mani, barcolla, cade nelle braccia di Le Bret e Raguenau)
Rossana (Chinandosi e baciandolo) - Che cosa?
Cirano (Riaprendo gli occhi e sorridendo) - Qualcosa... Qualcosa che... (muore).

Edmond Rostand
da Cyrano de Bergerac

Il naso di Cirano

Valvert (avanza verso Cirano e si pianta davanti a lui con aria
fatua) - Voi... voi avete un naso... ecco... un naso... molto grande.
Cirano (con aria grave) - Sì, molto.
Valvert (ridendo) - Ecco!
Cirano - Tutto qui?
Valvert - Ma...
Cirano - Eh, no! E' un po' poco, ragazzo mio! Ce n'erano di cose da dire sul mio naso, diamine! E di toni da sfoggiare! Per esempio, vediamo:
Aggressivo: "Io, signore, se avessi un naso simile me lo farei tagliare!"
Amichevole: "Certo che quando bevete vi si immerge nel bicchiere! Fatevene fabbricare uno su misura!"
Descrittivo: "E' una montagna, un picco, un promontorio! Ma che dico?
E' una penisola!"
Curioso: "A che vi serve questo affare smisurato? da scrittoio, signore, o da scatola da lavoro?"
Grazioso: "Amate a tal punto gli uccelli che paternamente voleste preoccuparvi di offrire un trespolo alle loro zampette?"
Truculento: "Ditemi signore, quando fumate, il naso vi fa da camino? E i vicini non gridano al fuoco?"
Previdente: "Fate attenzione. Con tutto questo peso voi potreste cader faccia per terra."
Tenero: "Metteteci sopra un parasole che gli preservi quel suo bel colore."
Pedante:"Pare che l'animale che Aristotele chiama ippocampelefantocammello pesasse quanto il vostro naso."
Cavalleresco: "Cos'è questo uncino, una nuova moda? Comodo per appenderci il cappello!
Enfatico: "Che naso! Nessun vento può fargli venire il raffreddore eccezion fatta per il maestrale!"
Drammatico:"Quando sanguina sembra il Mar Rosso!"
Ammirato: "Che splendida insegna per un profumiere!"
Lirico: " E' una conca. Potreste farci il bagno."
Semplice: "Quando si può visitare il monumento?"
Rispettoso: "Certo che voi ne possedete di beni al sole!"
Ruspante: "E che è un naso questo? Andiamo! O è un rafano gigante o un melone nano!"
Militare: "Puntate!"
Pratico: " Giocatevelo al lotto. E' una bella puntata!"
Oppure, facendo il verso alla tragedia greca, piangendo: "Ecco il naso che ha distrutto l'armonia di questo viso! Guardatelo, il traditore! Ne arrossisce di vergogna!"
Ecco quante cose, mio caro, avresti potuto dirmi se solo avessi un briciolo di cultura o di spirito. Ma di spirito, tristissimo individuo, tu non ne possiedi un atomo. Quanto alla cultura, poi, non ne hai abbastanza da mettere insieme più di sette lettere, quelle che formano la parola cretino! Comunque, quand'anche tu avessi avuto tanta immaginazione da potermi dedicare tutti questi epiteti alla presenza del nostro nobile pubblico, non avresti avuto il tempo di pronunciarne uno solo, poiché certe cose me le dico da me, con molta disinvoltura, bisogna riconoscere, ma non
permetto a nessun altro di dirmele!
Valvert - Ma guarda che maniere! Un villano che... che non ha nemmeno un paio di guanti! Uno che esce così, senza merletti, senza nastri, senza galloni!
Cirano - Io sono elegante dentro. No, non mi agghindo come una fraschetta, ma sono assai più pulito, anche se meno carino. Io non andrei mai in giro portandomi addosso - magari per negligenza - un affronto non lavato, un onore sgualcito, la coscienza ingiallita di sonno, degli scrupoli. Non c'è nulla in me che non risplenda. Sono libero, leale. Le mie verità quando
cammino fra la gente risuonano come speroni.
Valvert - Ma, signore...
Cirano - Non ho guanti? Bell'affare! Ce ne avevo uno solo... d'un vecchissimo paio. Ma mi era così di peso che devo averlo lasciato sulla faccia di qualcuno.
Valvert - Mascalzone, facchino, villano, piedi piatti, ridicolo!
Cirano (togliendosi il cappello e salutando come se il visconte si stesse presentando) - Piacere. Cirano Saviniano Ercole di Bergerac.
Valvert - Buffone!
Cirano (lanciando un grido come preso da un crampo) - Ahi!
Valvert - Che altro c'è?
Cirano - Bisogna smuoverla un po', s'è intorpidita. Ecco cosa succede a lasciarla per troppo tempo inoperosa! Ahi!
Valvert - Che avete?
Cirano - Mi ha preso un crampo alla spada.
Valvert (sguainando la propria) - E va bene!
Cirano - Vi colpirò con grazia.
Valvert (sprezzante) - Poeta!
Cirano - Sissignore, poeta! Tant'è che adesso, così mentre ci battiamo - hoplà - vi improvviso una ballata.
Valvert - Una ballata?
Cirano - Suppongo non sappiate che sia, vero?
Valvert - Ma...
Cirano - Dunque, la ballata si compone di tre strofe d'otto versi ciascuna...
Valvert - Uffaaa!
Cirano - ...e di una finale di quattro.
Valvert - Voi...
Cirano - Io vi compongo adesso una ballata mentre duelliamo. E all'ultimo verso vi tocco.
Valvert - Non è possibile!
Cirano - No?
(Si forma un circolo di curiosi)
Cirano - Aspettate un attimo! Cerco le mie rime... Ecco, ci sono!
(Fa ciò che dice in versi)
Con grazia getto lontano il cappello
e piano lascio cadere il mantello
mentre sguaino dal fodero la spada
per colpirti laddove più m'aggrada.
Guardami bene: sono più leggero
di Scaramouche nell'arte dello stocco
perciò ti avverto, povero guerriero:
QUANDO FINISCE LA BALLATA IO TOCCO.
(Primo scambio di colpi)
Facevi bene a restar zitto.
Dimmi, dov'è che vuoi esser trafitto?
Al fianco, al cuor, sotto il giubbetto?
Oppure al fegato, al viso, al petto?
Le cocce sbattono, la lama svetta.
Credo d'aver deciso, adesso scocco.
Torno a ripeterti quel che ti aspetta;
QUANDO FINISCE LA BALLATA IO TOCCO.
Mi manca un verso, non mi viene... mi manca.
Ma dimmi, che ha la tua faccia, si sbianca?
E' per donarmi quel verso che voglio?
Vediamo amico: m'ispiri cordoglio.
Guarda, mi scopro, mi chiudo. Sei lento.
Reggilo meglio quel tuo ferro, sciocco!
Giostro, ci siamo, contrattacco, attento!
QUANDO FINISCE LA BALLATA IO TOCCO!
(annuncia solennemente) Ultima strofa!
Occhio alla lama. Raccomandati a Dio!
Ecco, tiro di quarta, paro, sei mio!
Entro, t'affondo. Ehilà! (Valvert, colpito, barcolla) Pavido allocco!
ECCO, E' FINITA LA BALLATA, IO TOCCO!
(Acclamazioni, applausi dai palchi. Piovono fiori e fazzoletti. Gli ufficiali circondano Cirano, congratulandosi)

Edmond Rostand
da Cyrano de Bergerac

lunedì 20 agosto 2007

Vendere la guerra

VENDERE LA GUERRA
La propaganda come arma d’inganno di massa
di Sheldon Rampton e John Stauber
Nuovi Mondi Media, 2004
pagg. 176, euro 16, ISBN 88-89091-00-2

“Vendere la guerra” è un libro che promette bene già dall’indice. Scritto a quattro mani da due paladini della verità mediatica quali Sheldon Rampton e John Stauber, da anni impegnati sul fronte della lotta alla mistificazione dell’informazione, mostra con evidenza a tratti folgorante come sia possibile, nell’era della comunicazione globale, creare nel mondo intero un’opinione infondata e darle peso eguale a quello che si dà di norma all’evidenza. Sia chiaro: “L’offuscamento dei confini tra la verità e il mito non è certamente iniziato con l’Amministrazione Bush. La disinformazione ha fatto parte della guerra almeno dai giorni di Alessandro Magno”, e anche senza correre così indietro nel tempo, le due guerre mondiali offrono numerosi esempi di uso massiccio della propaganda. Ai nostri tempi, tuttavia, la questione presenta diversi aspetti oggettivamente preoccupanti, che Rampton e Stauber sono molto bravi a sottolineare. In primis, il coinvolgimento della macchina mediatica nel sostegno all’azione militare ha assunto proporzioni difficili anche solo da immaginare in passato. Charlotte Beers, ex-amministratore delegato delle agenzie pubblicitarie J. Walter Thompson e Ogilvy & Mather, John W. Rendon, del Rendon Group, Dawid Winne-Morgan, della Hill & Knowlton, Jamie Gallagher, del Gallagher Group, sono solo alcuni dei numerosissimi guru delle pubbliche relazioni assoldati ora per questa ora per quella azione di convincimento dell’opinione pubblica mondiale. La misura delle risorse impegnate è ben resa dal compenso ricevuto dalla Hill & Knowlton per la campagna a favore dell’intervento militare in Kuwait nel 1990: oltre 10 milioni di dollari. Per l’occasione, “119 funzionari della H&K dislocati in 12 uffici in tutti gli Stati Uniti lavoravano per conto del Kuwait. L’agenzia organizzò le interviste agli esponenti kuwaitiani, la celebrazione del ‘Giorno di liberazione nazionale del Kuwait’, e altre manifestazioni pubbliche, la distribuzione di notizie e kit informativi, e collaborò alla diffusione presso giornalisti influenti e l’esercito USA di oltre 200.000 copie di una mini guida di 154 pagine sulle atrocità compiute dall’Iraq, intitolata The rape of Kuwait ”. Quale lo scopo di tutto questo dispendio di energie? Creare menzogne grazie alle quali fare leva sull’opinione pubblica e diffonderle ripetutamente attraverso tutti i canali informativi al punto di farle accettare come vere. Il capolavoro dell’agenzia, in quella occasione, fu la testimonianza di Nayirah, una ragazzina kuwaitiana di 15 anni che affermò di aver visto i soldati iracheni strappare i bambini nati prematuri dalle incubatrici e lasciarli in terra a morire. La dichiarazione venne fatta propria dall’Assemblea del Congresso USA per diritti umani ed ebbe enorme risonanza in tutto il Paese e nel mondo, contribuendo a dare vigore al consenso dell’opinione pubblica all’intervento militare in Kuwait. Nessuno rivelò tuttavia che la bimba era la figlia di un membro della famiglia reale kuwaitiana, ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti, e che il vice-presidente della Hill & Knowlton, Lauri Fitz-Pegado, si era presa la briga di istruire di persona la piccola su quel che avrebbe dovuto dire. Ma il racconto di Nayirah sulle incubatrici è soltanto una delle mille bugie vendute al mondo, e a ben vedere una delle più innocue in fatto di conseguenze. Che dire infatti delle fantomatiche armi chimiche e addirittura nucleari dell’Iraq che ne facevano un pericolo mortale per l’intero pianeta? E dei presunti contatti con al Qaeda e il terrorismo globale? Secondo il rapporto sul terrorismo del Dipartimento di Stato diffuso nel maggio 2002, il ruolo dell’Iraq come sponsor del terrorismo era dimostrato dall’essere l’Iraq stesso “l’unico paese arabo-islamico a non aver condannato gli attentati dell’11 settembre contro gli Stati Uniti”, oltre ad aver ospitato esponenti dell’Intifada palestinese, del PKK curdo e del Mujaedin-e-Khalq. Lo stesso rapporto, tesseva le lodi di alleati come l’Arabia Saudita, affermando che “hanno interpretato un ruolo decisivo nella coalizione internazionale contro il terrorismo”. “L’ironia di tutto questo”, fanno notare Rampton e Stauber, è che 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre erano di nazionalità saudita, e che i collegamenti tra il regime saudita e al Qaeda sono molto più facilmente rintracciabili di quelli tra l’Iraq e al Qaeda”, sui quali esistono invece ragionevoli dubbi e nessuna prova certa. Del resto, la risposta del vice segretario alla difesa Paul Wolfowitz al giornalista Robert Collier che l’interrogava sulla presenza di prove convincenti di un tale collegamento è quanto mai eloquente: “Gran parte delle informazioni sono riservate e non posso proprio parlarne. […] Il punto è, e credo che sia fondamentale, che il presupposto alla sua domanda sembra quello di ottenere prove al di là di ogni ragionevole dubbio. Credo che il presupposto politico sia invece che non possiamo permetterci di aspettare di ottenere prove oltre ogni ragionevole dubbio.”. Ed ecco che, sulla linea che di prove basta averne e poco importa che siano ragionevolmente credibili, si arriva al caso del dossier britannico citato dal Segretario di Stato USA Colin Powell nella sua requisitoria di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 5 febbraio 2003, intitolato “Iraq: le sue infrastrutture di copertura, menzogna e intimidazione” e successivamente rivelatosi un collage di notizie scopiazzate qua e là su internet e in buona parte provenienti da fonti incerte o risalenti a una decina d’anni prima. Ridicolo, se non fosse che su queste basi si muovono guerre.
Laddove non si arriva alla menzogna pura e semplice, è d’uso comune quello che Rampton e Stauber chiamano doublespeak (linguaggio doppio) fondendo due neologismi coniati da George Orwell nel suo 1984: doublethink (bi-pensiero), ossia pensiero contraddittorio, mediante il quale esprimere l’opposto di ciò che si pensa, e newspeak (neolingua), ovvero una lingua fatta di “termini che, pur non avendo sempre implicazioni politiche, impongono l’attitudine mentale desiderata a chi li utilizza” . Ne sono esempi più o meno evidenti l’uso di espressioni quali “asse del male”, per indicare una compagine di paesi ritenuti nemici (e perciò identificati con il male) e tutt’altro che uniti (come suggerisce la parola asse, che evoca invece l’asse italo-tedesco della seconda guerra mondiale) , contrapposto alla “coalizione del bene”. O ancora “disarmo dell’Iraq” (anziché “conquista” o “invasione”), “guerra di pace” (che è una palese contraddizione in termini), “deterrente nucleare USA” (che per gli altri stati si chiama “armamento nucleare” o “armi di distruzione di massa”) , ecc.
Il fondamento di questo nuovo modo di “vendere la guerra” è un pericoloso e alquanto inquietante uso della paura. “La propaganda mira spesso a convincere le persone a fare qualcosa che non sia nel loro interesse”, pertanto, soprattutto in democrazia, dove il sistema stesso di governo è costruito sull’idea che “la gente” sia in grado di autogestirsi razionalmente, è necessario aggirare completamente la ragione “manipolando il pensiero a un livello più primitivo, mediante il simbolismo emozionale”. E la paura è una delle emozioni più primitive e forti della psiche.
Sia chiaro, anche in questo caso l’usanza di “spaventare” il nemico non è certo una novità, ma la paura veniva in passato principalmente utilizzata come “tattica secondaria”, in guerre il cui fine ultimo era “conquistare o distruggere il territorio, le armi, le risorse e le capacità fisiche del nemico da combattere”. Oggi la paura è da un lato l’elemento fondante del terrorismo, ultima arma di chi non è in grado, per disparità di mezzi, di affrontare il nemico in uno scontro diretto, e, dall’altro, la motivazione per giustificare il restringimento delle libertà civili e addirittura la leva sulla quale viene costruita la necessità di muovere una guerra definita per l’appunto “preventiva”.
Ma se la propaganda s’impadronisce dei media, che ne è dell’informazione? “I notiziari offrono due servizi fondamentali alle persone che cercano di comprendere il mondo: la raccolta e il filtraggio delle informazioni. A chi cerca di cambiare il mondo, i media forniscono un terzo servizio essenziale: la pubblicità. Attualmente la raccolta delle informazioni è stata rimpiazzata in misura significativa da internet, dove è ormai possibile acquisire istantaneamente informazioni e opinioni su una vasta gamma di argomenti, mediante una serie praticamente infinita di fonti. Il filtraggio di tutta questa informazione è divenuto invece più necessario che mai”, dal momento che “ogni canale d’informazione filtra le notizie secondo una serie di priorità e inclinazioni non sempre svelte al pubblico”. Il commento dell’esperto libanese di scienze politiche Rami G. Khouri, autore di un’indagine condotta durante la guerra in Irak sulle TV sia arabe che americane, è significativo: “la diffusione e l’interpretazione dell’informazione sulla guerra è stata trasformata in un’accozzaglia di tifoseria irrazionale, in un’espressione primitiva delle identità nazionali e tribali, in una palese manipolazione ideologica da parte dei governi e in un volgare arruffianamento delle masse”. Difficile aggiungere altro.

giovedì 1 settembre 2005

Il peso più grande


"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione, e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi e forse ti stritolerebbe. La domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?"

Friedrich Wilhelm Nietzsche
da La gaia scienza, Libro IV, n. 341.

giovedì 25 novembre 2004

Mishima


Quaranta anni orsono, la mattina del 25 novembre 1970, Hiraoka Kimitake, noto al mondo con lo pseudonimo di Yukio Mishima, si reca presso la sede del suo editore dove è atteso per la consegna della stesura definitiva del suo ultimo romanzo.
Tennin gosui, “La caduta degli angeli”, è il titolo dell’opera che chiude la tetralogia de “Il mare della fertilità”.
Immediatamente dopo, accompagnato dai più fedeli compagni della Tate no Kai, la Società degli Scudi, da lui stesso fondata cinque anni prima, si reca a Ichigawa, presso il Quartier Generale del Jieitai, la forza di autodifesa dell’esercito giapponese. Gli uomini della Tate no Kai hanno partecipato a più di una esercitazione militare del Jieitai, distinguendosi altrettante volte per ardimento. Le loro divise sono ben conosciute e la loro guida non ha bisogno di presentazioni. Mishima porta con sé una preziosa sciabola. E’ questo il motivo della visita: mostrare il cimelio al Generale Kanetoshi Mashita. Ottenuto il permesso per essere ricevuti dal Comandante il gruppo agisce secondo un copione già scritto e studiato nei minimi particolari. Mashita viene preso in ostaggio dopo una breve quanto violenta colluttazione. Diversi uomini della sua guardia vengono feriti. Il colpo di mano riesce. Mishima chiede e ottiene che tutto il personale militare presente venga riunito nella piazza d’armi. Giungono nel frattempo anche i giornalisti di radio, stampa e televisione. Alcuni elicotteri sorvolano la caserma. Mishima, affacciato al balcone dell’ufficio di Mashita, pronuncia il suo discorso di condanna del decadimento morale, sociale e culturale del Giappone del dopoguerra e, dopo aver reso pubblicamente gli onori all’Imperatore, rientra nella stanza. Con estrema freddezza sfodera la sciabola, si sfila la giacca della divisa della Società degli Scudi, si inginocchia assumendo la corretta posizione e, senza muovere un solo muscolo del viso, si apre il ventre nell’atto del seppuku. Il codice del suicidio rituale vuole che, per evitare che il maestro emetta il benché minimo lamento che tradisca il suo dolore prima della morte, il più giovane degli allievi gli tagli il capo con un colpo secco di sciabola. Il compito spetta al giovanissimo Masakatsu Morita, il quale in preda all’emozione e al pianto fallisce per due volte l’operazione limitandosi a ferire profondamente a una spalla il maestro. Solo l’intervento risolutivo di un compagno più anziano ed esperto pone fine all’agghiacciante scena. Morita segue la sorte di Mishima immediatamente dopo. La giovane età gli risparmia i dolori del seppuku: la sua testa cade prima che la lama penetri a fondo nel ventre.

Mishima non era un uomo qualunque. Aveva trentacinque anni, nel ’70, centinaia di libri e racconti all’attivo pubblicati in tutte le lingue in tutto il mondo, almeno una decina di cariche di prim’ordine in alcune delle principali istituzioni culturali giapponesi e un passato di attore e regista di teatro e cinema. I suoi drammi venivano regolarmente rappresentati al teatro Kabuki di Tokio, la sua collaborazione richiesta dalle migliori Università di tutto il mondo. Nel ’69 la rivista americana Esquire includeva l’”Hemingway giapponese” fra i cento uomini più importanti della Terra. Per capire quanto intensa e profonda sia stata la sua esistenza consiglio di leggere quanto ha scritto Marguerite Yourcenar nel libro a lui dedicato.

L’epilogo violento di una delle vite più brillanti del nostro secolo impone una riflessione assai “fastidiosa”: l’atto, l’azione fine a sé stessa, in questa nostra moderna società del continuo movimento è in realtà un fatto sempre più raro. Non è un paradosso. Il nostro mondo in corsa è incredibilmente immobile. E’ un mondo in cui il gesto è meccanico, l’abitudine prevale sul rito e ogni “azione” è tale solo in quanto “finalizzata” a un che di concreto, ossia è in sé sostanzialmente “vuota”. Lascio ad altri ogni esemplificazione e mi limito a girare una domanda: “Esiste qualcosa in questa nostra fragile vita, che più di un fuoco d’artificio possegga l’eternità dell’istante?” Mishima ritiene di rispondere al quesito ch’egli stesso pone con la morte, atto estremo e al tempo stesso supremo: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte.” Questo l’insegnamento dell’Hagakure. Il suicidio non appartiene alla nostra cultura, sicché è quanto mai logico aspettarsi che non lo si comprenda, che lo si scambi per una scioccheria, un’insensatezza e null’altro. Alla nostra tradizione appartiene invece il rito, atto significante per diritto di nascita, ma anche ad esso non siamo più in grado di tributare alcun senso. E’ forse questo il segno più profondo del Kaliyuga , dell’epoca di decadimento che andiamo attraversando? L’incapacità di attribuire un significato intrinseco a quel che ogni giorno facciamo? L’impossibilità di curarci dei nostri gesti in un mondo in cui il primo obiettivo da perseguire è la velocità d’azione piuttosto che lo stile? “La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia.” Di nuovo un pensiero “fastidioso”. Di nuovo un sasso pesante. Di nuovo l’Hagakure. La morte è la via, la via è la vita, la vita esige l’azione e ogni azione degna di tal nome esige un senso, un piacere. L’azione è per Mishima il segno della ribellione all’immobilismo dilagante nel suo Giappone di fronte all’invasione del pensiero occidentale, di fronte alla dissipazione della millenaria tradizione del suo popolo. L’immobilismo stesso, inteso come susseguirsi di azioni prive di significato, incapaci di alcun “disegno”, è quel che violenta la tradizione. “Penso che l’essenza di un’azione pura consista nel raggiungere lo scopo dopo aver sfiorato l’abisso dello scacco” egli scrive ancora in “Lezioni spirituali per giovani samurai”. Yukio Mishima risponde alle facili leggi del capitalismo occidentale, laddove ciò che “appare” viene scambiato per ciò che “è”, con l’esempio del suo gesto estremo, quel suicidio rituale che è luogo frequentatissimo della tradizione di cui egli si nutre e nella quale irrimediabilmente tutto ciò che appare “significa”. Il rito dunque, di fronte all’immagine. Apparenze entrambe, ma l’una pregnante, l’altra vacua. L’una incastonata in quel susseguirsi di eventi che è la storia, l’altra incapace di alcun effetto permanente e condannata all'effimero in eterno. L’una gravida di conseguenze, l’altra semplicemente impotente, incapace di lasciare alcun segno di sé. L’una cruda e reale, incredibilmente reale come la morte di un uomo vivo in ogni istante della sua esistenza, l’altra eterea, sfuggente, giammai appagante. E questo forse ci da il segno di come Mishima sia stato realmente poeta, non solo in quanto scrittore, ma in quanto uomo d’azione. Poesia, in effetti – non dimentichiamolo – è parola che allude non a caso all’azione, apogeo creativo dell’umano, avendo la sua radice nel verbo che per i greci antichi significava fare. In un’epoca senza poesia come la nostra dovremmo seriamente meditare di fermarci di quando in quando ad agire.

Secondo la tradizione indiana il tempo è scandito da ere ciascuna delle quali dominata dallo spirito di una divinità. L’era attuale è dominata alla dea Kalì - da cui Kaliyuga - dea malvagia e prepotente, ed è un’era di profondo decadimento.

domenica 23 maggio 2004

Il declino dell'America


IL DECLINO DELL'AMERICA
di Immanuel Wallerstein
Feltrinelli, 2004
Traduzione di Mauro di Meglio
pagg. 268, euro 25

Sul finire degli anni Settanta le tesi di Immanuel Wallerstein sulla nascita e lo sviluppo del sistema economico capitalista ebbero una forte eco. Oggi, le sue considerazioni sul declino della potenza americana sviluppano la linea tracciata allora, fondata sull’analisi dei trend storici di lungo periodo, ed evidenziano diversi elementi di indubbio interesse.
Secondo Wallerstein, che viene dalla scuola di Braudel, il sistema – l’“economia-mondo” – capitalista ha visto la luce attorno alla metà del Quattrocento. Esso si caratterizza per essere fondato su meccanismi di produzione e accumulazione determinati non da fattori politici ma dalle leggi del mercato, grazie alle quali i centri di potere costruiscono la propria supremazia accrescendo la capacità e la competitività del proprio apparato produttivo con l’acquisizione di manodopera e materie prime a più basso costo presso le zone periferiche del sistema. Si tratta in buona parte, per dirla in breve, dei medesimi processi cui molti fanno riferimento parlando di globalizzazione e che dunque, in quest’ottica, appaiono niente affatto nuovi. Anzi – è questa la tesi di Wallerstein – essi sono ormai entrati nella fase ultima del loro ciclo di vita e pertanto “la scelta che è oggi di fronte a noi non è se piegarci o meno a questi processi, ma cosa fare di fronte al loro sgretolamento, poiché è questo ciò che sta accadendo.”
La crisi del sistema economico capitalista sarebbe determinata in particolare da tre “tendenze secolari” che vanno approssimandosi ai rispettivi asintoti: la crescita del livello salariare reale come componente dei costi di produzione, l’aumento del costo “ecologico” dei fattori produttivi materiali e la crisi degli stati nazionali per l’impossibilità di bilanciare i sistemi di tassazione con le richieste di servizio avanzate dalla cittadinanza. Ciascuna di queste tendenze sta generando dei limiti per l’accumulazione del capitale che non trovano soluzione nel lungo periodo, e “poiché l’incessante accumulazione di capitale è la caratteristica distintiva del capitalismo in quanto sistema storico, questa triplice pressione tende a rendere irrealizzabile la principale ragion d’essere del sistema e dunque a generare una crisi strutturale”.
Di questa economia-mondo in crisi gli Stati Uniti sono oggi la maggiore potenza, e il declino del sistema non può che segnare anche il declino di chi maggiormente ne incarna l’essenza: “L’11 settembre 2001 ha rappresentato un momento drammatico e sconvolgente nella storia americana. Non si è trattato, tuttavia, dell’inizio di una nuova epoca, ma solo di un evento significativo in una traiettoria che ha avuto inizio molto tempo prima, e che continuerà per molti decenni ancora; un lungo periodo che possiamo definire come il declino dell’egemonia degli Stati Uniti in un mondo caotico”. Dal 1945 a oggi l’economia-mondo capitalistica ha attraversato un tipico ciclo di breve periodo (“ciclo di Kondratieff”) che, “ha avuto due parti: una fase-A (1945-1973) di espansione economica e una fase-B (1973-oggi) di contrazione”. Nel ’45 gli Stati Uniti si trovarono ad essere l’unica nazione di un certo peso a non aver subito danni ingenti a seguito del conflitto mondiale, con un potenziale produttivo ingente e sostanzialmente intatto di fronte a un mondo in rovina. L’esigenza di creare una domanda su scala globale per dare sfogo a tale potenziale portò gli USA a intraprendere campagne di ricostruzione soprattutto in Europa e nell’Est asiatico, visti come principali mercati di sbocco, e a concordare con gli altri vincitori del conflitto l’assetto definito a Yalta. Ma proprio il successo degli Stati Uniti quale potenza egemone del dopoguerra ha posto le condizioni per la fine del loro dominio. “Questo processo può essere colto in quattro simboli: la guerra del Vietnam, le rivoluzioni del 1968, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e gli attacchi terroristici del settembre 2001. Ciascuno di questi simboli si fonda su quello che lo precede, culminando nella situazione in cui gli Stati Uniti si trovano attualmente, quella di una superpotenza isolata, che non dispone di un vero potere, di un leader mondiale che nessuno segue e che pochi rispettano, di una nazione pericolosamente alla deriva nel mezzo di un caos globale che non è in grado di controllare”. Ne è la dimostrazione la sostanziale inefficacia degli interventi militari americani nel mondo negli ultimi trent’anni: a partire dalla guerra del Vietnam, nota Wallerstein, fino ad arrivare all’ultima esperienza irachena, la storia della politica estera statunitense è segnata da una lunga teoria di interventi militari più o meno inefficaci che vanno dal Libano alla Somalia, passando per i Balcani. Anche a livello politico la situazione non appare migliore: si veda la questione palestinese, costellata di innumerevoli quanto infruttuosi tentativi di mediazione. Fanno eccezione, a confermare la regola, l’invasione di staterelli quali Panama e Grenada, di fatto privi di significative difese. Il crollo dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991 segnò la svolta definitiva. Quella che avrebbe dovuto essere una vittoria determinò anche l’inizio della fine del potere globale americano, facendone venir meno le principali basi politiche: da un lato ebbe fine la giustificazione politica di un’ulteriore subordinazione alla leadership USA da parte dei due principali rivali economici, Europa occidentale e Giappone, e, dall’altro, i movimenti antisistemici, in particolare quelli impegnati a respingere il dominio “occidentale” sul mondo “non-occidentale”, ebbero finalmente libero sfogo. Il crollo del comunismo significò dunque il crollo del liberalismo, “rimuovendo l’unica giustificazione ideologica a sostegno dell’egemonia americana, una giustificazione tacitamente sostenuta da quello che, in apparenza, del liberalismo era l’antagonista ideologico.”. Rotti gli ultimi argini, l’economia-mondo capitalista è andata da allora avanzando come un’automobile i cui comandi danneggiati si fanno via via più imprecisi e difficili da governare. In una situazione simile, “un conducente prudente guiderebbe a velocità assai ridotta. Ma non vi sono conducenti prudenti nell’economia-mondo capitalista”. E così è stato che la reazione più scomposta si è rivelata proprio quella del leader, che anziché rallentare ha preso a calcare il piede sull’acceleratore e, come spesso accade in tempi di confusione e insicurezza, si è messo alla caccia di un nuovo “demone”. Alcuni elementi specifici del rapporto tra Occidente e Islam quali le origini comuni (le liti in famiglia sono sempre le più aspre), la questione israeliana e la presenza del petrolio, hanno fatto dell’Islam il demone perfetto con cui sostituire il defunto spauracchio comunista. E il sistema intero, menando gli ultimi colpi di coda, è venuto dietro e ha messo in moto i suoi anticorpi: un certo populismo, il razzismo spicciolo che propone la pretesa superiorità della cultura occidentale, la visione affabulatrice che dipinge gli eventi correnti come l’inizio di uno scontro tra civiltà. Di questa retorica del potere è spesso oggetto il concetto di democrazia, termine divenuto imprescindibile per accreditarsi nell’ambito dell’agone politico. Eppure, di fatto, non vi è democrazia al mondo che non sia fortemente viziata. I mali più diffusi si chiamano corruzione, disuguaglianza materiale (o ingiustizia sociale) e “non-inclusione” dei cittadini nel processo partecipativo. Tre mali che evidenziano quanto le forme democratiche siano anch’esse, nelle forme attuali, in contrasto con quello che, nella retorica e nei fatti, è ritenuto essere il loro sistema d’elezione, l’economia-mondo capitalista. La progressiva democratizzazione comporta una maggiore distribuzione delle ricchezze, rendendone sempre più complicata l’accumulazione, sicché “perseguire l’incessante accumulazione di capitale, che in fin dei conti è la raison d’être dell’economia-mondo capitalista, diverrebbe impossibile. L’alternativa è dunque tra bloccare il processo di democratizzazione, cosa politicamente difficile, o muoversi verso un diverso tipo di sistema con l’obiettivo di conservare le realtà gerarchiche e inegualitarie”. E’ quest’ultima, secondo Wallerstein, la pericolosa direzione presa dal capitalismo occidentale, cui dovrebbe essere opposta una forza egualitarista capace di fare invece di una democrazia “reale” (e non semplicemente strumentale al sistema) il modello del futuro. Di fronte alla deriva dell’economia-mondo capitalista, infatti, non si può restare inermi, e Wallerstein, rivalutando alcuni pensieri che furono già di Gramsci, considera fondamentale in questo reindirizzamento il ruolo degli intellettuali. In primo luogo è necessario superare la dicotomia tra la scienza, vista come il regno della verità, e la politica, regno dei valori. Tale dicotomia altro non è se non l’ammissione di una differenza di fatto tra ciò che è (la scienza) e ciò che dovrebbe essere (i valori), differenza che giustifica a sua volta una serie di atteggiamenti schizofrenici del pensiero moderno, capace di proporre analisi teoriche, considerate descrittive della realtà e al tempo stesso prescrittive, che però sono inesatte: è opinione diffusa che il capitalismo sia e debba essere basato sulla concorrenza in un mercato libero, che gli stati siano e debbano essere sovrani, che la cittadinanza sia e debba essere basata sull’uguaglianza dei diritti e che gli studiosi e gli scienziati siano e debbano essere “avalutativi” e imparziali; nessuna di queste cose, tuttavia, è realmente quel che dovrebbe essere sul piano teorico. Di qui l’appello agli esponenti del mondo della cultura e delle scienze a farsi essi portatori dei valori del mondo di domani e alla sinistra mondiale (di cui Wallerstein si sente parte e avanguardia) ad abbandonare schemi mentali ormai obsoleti e considerare le opportunità poste da un momento di crisi e transizione in cui la via capitalista, ben lungi dall’essere l’unica alternativa possibile , è invece senz’altro l’unica destinata a perire. Un invito che, in verità, andrebbe esteso a tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e dal fatto di inquadrarsi nella schiatta degli intellettuali o in quella degli analfabeti.
Peccato che Wallerstein denoti una certa tendenza a riporre eccessiva fiducia nella rappresentatività del suo modello, sembrando talora più impegnato a voler ricondurre ad esso i fenomeni che osserva che a comprenderne le reali origini. E’ questa probabilmente la ragione per cui a fronte di analisi lucide e ben strutturate troviamo anche opinioni espresse con una certa leggerezza e argomentazioni buttate lì, quasi fossero scontate, prive di un reale fondamento. Analogamente – ma in questo caso la critica è strutturale – un modello che analizza la storia come un susseguirsi di fenomeni economici appare debole e parziale, limitato, quando non addirittura fuorviante. Troppe volte esso trascura elementi culturali, sociali e ideali che pure hanno un ruolo determinante, negando così l’opportunità di trarre dal disegno complessivo conclusioni dotate di fondamenta convincenti. Tant’è che quando Wallerstein si spoglia dei panni dello storico e veste quelli del politico, le sue proposte perdono di fascino e coerenza, limitandosi all’invito a esercitare incessanti “pressioni verso la democratizzazione”, a richiedere “di più, molto di più” in fatto di welfare, a “costringere il centro liberale a rendere concrete le proprie preferenze teoriche”, fino a “fare dell’antirazzismo il criterio di valutazione della democrazia”. Quasi che accelerare la crisi del sistema attuale sia più importante che porre le basi per costruirne uno nuovo. Dispiace, perché nel mucchio si perdono spunti se vogliamo un po’ azzardati ma senz’altro originali, tra cui l’idea che “invece di trasformare università e ospedali in istituzioni orientate al profitto, dovremmo pensare al modo in cui trasformare le industrie siderurgiche in istituzioni non-profit”. Dispiace ancor di più perché le tesi di Wallerstein hanno il merito di uscire in qualche modo dalla logica di breve periodo con cui siamo abituati a leggere gli eventi intorno a noi, la quale logica incarna davvero uno dei mali principali del nostro tempo: l’incapacità di guardare lontano.

Note
1. Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, Bologna, vol. I, 1978; vol. II, 1982 (titolo originale: The Modern World-system, New York, vol. I, 1974; vol. II, 1980; vol. III, 1988).
2. Le teorie di Wallerstein condividono l’approccio metodologico sviluppato dallo storico francese (fra i diversi incarichi ricoperti, egli dirige il Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilization) e attingono, fra gli altri, agli studi di Pierre Chaunu, Paul Sweezy e André Gunder Frank.
3. Wallerstein identifica la direzione presa dal capitalismo mondiale con lo “spirito di Davos”, luogo d’elezione del World Economic Forum, cui si contrappone lo “spirito di Porto Alegre”, dove per la prima volta si è tenuto il World Social Forum.
4. “TINA”, secondo un o slogan popolare negli USA, ovvero “there is no alternative”.

giovedì 28 agosto 2003

Il paradosso federalista

Il paradosso federalista
Calogero Muscarà
Marsilio Editori, 2001

Cominciamo dalla fine: il paradosso federalista è il prodotto di due esigenze in sé contrapposte che dovranno però in qualche modo giungere a una conciliazione. Trattasi di una universale quanto evidente domanda di globalizzazione e di una un po’ più italiana ma altrettanto innegabile domanda di federalismo. Frutto di tale ineluttabile connubio sarà un paradosso che vedrà la devoluzione alle attuali istituzioni locali di una quantità di prerogative oggi di competenza dello Stato e la successiva riattribuzione da parte delle stesse istituzioni locali delle prerogative avute a organi di governo statali e sovrastatali, in coerenza con le logiche dettate dalla globalizzazione.
Questa, sebbene in sintesi e con qualche semplificazione, la tesi di fondo del professor Muscarà, esposta in maniera invero un po’ confusa e arrovellata nel saggio edito nel novembre 2001, a pochi mesi dalla stringente vittoria elettorale della Casa delle Libertà.
Proprio da tale vittoria prende le mosse la trattazione: essa, ritiene il professore, è il segno di due importanti pulsioni popolari, ovvero la volontà di vedere applicate alla cosa pubblica le medesime logiche tipiche dell’impresa privata e l’esigenza dei singoli cittadini di sentire (e avere fisicamente) più vicine le istituzioni. Entrambe tali pulsioni hanno attraversato l’ultimo ventennio dello scorso secolo prendendo via via sostanza, radicandosi principalmente nel Nord del Paese, in un primo momento, e, successivamente, estendendosi all’intero stivale. Principali promotori e interpreti se ne sono fatti i movimenti localistici, fra cui è emersa la Lega di Bossi. Il localismo di tali movimenti, tuttavia, pare privo di un reale fondamento storico: niente lo lega con la domanda di regionalismo comparsa già nell’immediato dopoguerra e precisatasi vent’anni dopo nel regionalismo della sinistra e dei socialisti che portò a dar vita alle attuali Regioni, né tanto meno con la dottrina federalistica immessa nella logica democristiana da Don Sturzo. Piuttosto, “l’eredità bossiana è semmai socialista e potrebbe perfino essere avvicinata alle proteste che avevano alimentato sia Antonio Gramsci sia quanti – a sinistra – avevano accusato il processo unitario dello Stato di aver trascurato la gente”. In ogni caso, nel regionalismo che si origina negli anni ottanta e si sviluppa poi nel decennio successivo “predomina una volontà liberatrice dall’egemonia dei partiti, di cui si fanno portavoce tutte le forze, democratiche o istituzionali, che sentono urgere l’istanza di un radicale cambiamento dello Stato”. Il ruolo giocato dagli scandali di Tangentopoli nel produrre il carattere di urgenza di dette istanze è evidente e noto, come noto è anche il contemporaneo emergere dei movimenti leghisti del Nord, prima localizzati regionalmente e poi confluiti nella Lega Nord. L’anno chiave è quello che corre tra il 1993 e il 1994, in cui si dissolvono tutti i partiti tradizionali, nasce e si afferma il movimento di Berlusconi e la Lega prosegue nel suo consolidamento. Le cronache di quegli anni sono ancora fresche nella memoria e tutto sommato appare superfluo ripercorrerne le tappe: l’operazione di ricostruzione cui Muscarà dedica più di un capitolo appare sinceramente poco utile, se non al fine di dare un senso di compiutezza alla trattazione. Interessanti sono invece alcune osservazioni che egli cita dalla “Storia dell’Italia repubblicana” di Silvio Lanaro: “Il vero problema è il «non governo», la desolante incapacità del ceto politico di risolvere anche il problema più semplice. Certamente la causa è la partitocrazia, l’intreccio maligno fra interessi pubblici e privati, la trasformazione di imprese, banche, RAI-TV, ospedali, università, INPS, organi di stampa e quant’altro si vuole in accampamenti lottizzati dalle forze politiche; ma l’aspetto più perverso della partitocrazia, di cui raramente si tiene conto a sufficienza, non è l’immoralità, la protervia, la vocazione prevaricatrice in generale – vale a dire la disobbedienza alle comuni regole di onestà imposte dall’etica laica come da quella religiosa –, bensì un’attitudine a nuocere alla collettività derivante dalla paralisi, dalla «non scelta», dall’inazione, dal nullismo operativo che sono sempre provocati dall’infeudamento delle istituzioni all’interesse”. Se infatti in un primo momento è la protesta a prender piede, il passo è breve a che il movimento localista ricerchi il superamento dei suddetti problemi attraverso il tentativo di ricorso a forme di autogoverno. E’ qui che il Nord e la sua impresa – piccola e media ma anche grande al punto di essere spesso multinazionale e talora addirittura globale – assumono un ruolo di primissimo piano. L’accento leghista sulla secessione dell’Italia settentrionale dal resto del Paese e sulla dimensione etnico-culturale che tale secessione avrebbe dovuto giustificare appare in realtà non del tutto in linea con le istanze che spingono le imprese del Nord (e in particolare quelle del Nordest) a spalleggiare il movimento. Queste chiedono maggiore autonomia e una riforma sostanziale dello Stato, ma “le ragioni del dissenso da Roma, della protesta contro la politica meridionalistica, dell’insofferenza per la burocrazia e di tutte le altre lamentele e richieste non sono ritenute sufficienti a motivare una secessione dallo Stato italiano”. Le parole di Mario Carraro, ai tempi presidente dell’associazione degli imprenditori veneti, sono illuminanti: “Ogni imprenditore nordorientale, per quanto sia un acceso autonomista, sa bene una cosa: che noi siamo oggi dentro la quinta potenza industriale del mondo. Se andassimo da soli saremmo al massimo un bel Belgio. Anzi, molto peggio, perché ci mancherebbe tutto: storia, peso internazionale, diplomazia. Certe cose non si inventano dall’oggi al domani. Sarebbe una iattura.”.
Quasi commovente è a questo punto il ritratto che viene fatto del popolo veneto: “etica del lavoro, creatività, capacità sovrumana di faticare, andare dritto alle soluzioni, ecco le qualità degli abitanti di quest’area che ne hanno consentito lo sviluppo impensato”. Una vera e propria “idolatria del produttivismo”, insomma, che, unitamente al senso di frustrazione per sentirsi frenati nella corsa dal grosso carrozzone statale, produce quel collante speciale che trasforma il regionalismo in federalismo. “Le radici dell’identità veneta vengono da lontano, da quella civiltà contadina che è certamente tramontata ma ha lasciato segni profondi”, e se è vero che “molti dei tratti che abbiamo attribuito alla nostra regione potrebbero essere rinvenuti anche in altre”, si dimostra così che la ripartizione dello stivale in tre repubbliche federate da molti immaginata ha in sé meno significato dell’attuale ripartizione regionale: le Regioni ufficiali dello Stato, sebbene disegnate dalla Costituente senza un approfondito dibattito, presentano oggi ancora caratteri pregnanti di identità e radicamento culturale. Nasce qui, o, meglio, qui viene fatto nascere, quel paradosso di cui si è detto in principio: dall’esistenza di una quantità di localismi motivati da identità comunitarie definite viene il senso del federalismo, ma tali localismi – e il federalismo che ne consegue – non possono esimersi dal fare i conti con la rete globale degli scambi, oggi estesa a tutti gli ambiti dell’attività umana. L’interrogativo se sia la rete a fare i nodi o i nodi la rete viene sciolto senza eccessivi dubbi a favore della seconda ipotesi, dando così la quadratura al cerchio: il modello federale americano (anche qui!), che si propone quale “difesa del potere locale fondata sulla rinuncia funzionale a alcune sue condizioni al fine di non rinnegare ma di rafforzare la centralità democratica delle autonomie” (sic!) può ben applicarsi al caso italiano. “Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, le Regioni stesse, una volta capovolta la logica che continua a considerarle articolazione dello stato centrale, diventate il mattone di partenza su cui reggere il nuovo stato, dovrebbero saper rinunciare a quella parte del potere locale che appare incompatibile con esso, esprimendo così la propria capacità di confrontarsi con la logica del potere attuale”. Già, paradossale…