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mercoledì 2 febbraio 2011

Continuare a sognare


In un piccolo cinema di periferia, con le sedie scomode che quando finisce il film hai mal di schiena, al prezzo di quattro euro più quattro per la tessera - perché è roba per tesserati! - può anche capitare di assistere a una magia. È così che succede se sullo schermo, che pure è piazzato un po’ troppo in alto perché lo si possa guardare comodi, s’inseguono uno a uno i sogni de “L’illusionista” di Sylvain Chomet.
Tratto da una sceneggiatura scritta da Jacques Tati poco prima della sua morte (e per questo mai diventata film), è la storia di monsieur Tatischeff (il nome completo di Tati era appunto Tatischeff, e del suo autore il personaggio ha anche le sembianze), illusionista, la cui carriera si scontra col cambiare dei tempi. Di fronte a un pubblico che preferisce i concerti rock alla sua arte, Tatischeff abbandona Parigi per attraversare la Manica. Anche Londra gli si rivela presto ostile, così, alla ricerca di un luogo che ancora apprezzi le sue abilità, Tatischeff si avventura più a nord verso la Scozia, dove nelle bettole di paese ancora si fa festa. Qui, in una piccola locanda dove si trova a lavorare, conosce una giovane donna di servizio, la quale resta affascinata dai suoi prodigi. A lei Tatischeff regala un paio di scarpe nuove con i pochi soldi appena guadagnati. Per gratitudine o per mancanza di alternative - per affetto nei sogni di Tatischeff - la giovane ragazza lo segue quando egli decide di trasferirsi a Edimburgo in cerca di nuove occasioni di lavoro. Qui i due affittano un piccolo appartamento in un residence sgangherato nel quale vivono artisti e altri personaggi più o meno strampalati. Lei cucinerà per lui e terrà in ordine la casa, lui le comprerà ogni giorno qualcosa di bello, secondo i suoi desideri. Lui dormirà sul divano, lei nella stanza più bella. Lui si prenderà cura di lei, lei di lui.
Ma le cose non andranno bene che per poco tempo: Tatischeff, tanto buono quanto ingenuo, tra raggiri e profittatori, rimarrà senza un soldo e, infine, perderà anche la sua ammiratrice, che troverà l’amore altrove. Rimarrà solo, così sulla pellicola come nelle sale, senza uno spettatore. Già perché il film è uscito nel 2010, ha avuto questo premio e quell’altro, ma in Italia, al momento, considerando anche il sottoscritto, ad averlo visto siamo forse in mille. “Che bella giornata”, il film di Checco Zalone, ha registrato incassi per oltre dieci milioni di euro nel solo giorno di uscita, e un numero di spettatori inarrivabile. Non si dovrebbero mai fare paragoni, ma per una volta voglio pensare che se in questo paese venisse meno la voglia di ridere – che da ridere c’è veramente poco – e si rifacesse strada quella voglia di sognare che fu del periodo in cui Tati scrisse “L’illusionista”… beh, questo paese potrebbe forse riguadagnarsi quella maiuscola in testa di cui ormai non tiene più nemmeno a fregiarsi.
Nel frattempo qualcuno altrove si è accorto che le tavole di Chomet sono un assoluto capolavoro, così il film correrà per l’Oscar tra i film d’animazione. Vincerà, così lo vedranno finalmente in molti. Oggi funziona così.

lunedì 24 gennaio 2011

Qualunquemente Cetto

Quantunquemente Antonio Albanese resti geniale nella costruzione di un personaggio surreale nelle intenzioni quanto persino iperrealista nei fatti, Cetto non ci convince: il film strappa le risate migliori quando riesce a mettere a nudo la follia di una certa politica che rinuncia in assoluta trasparenza a farsi portavoce di un qualsivoglia modello ideale per incarnare invece il peggio della società che rappresenta, ma non va oltre.

Cetto è il non plus ultra del politically uncorrect, ed è genuinamente onesto nell’esserlo: proprio come quella politica di cui è caricatura, ciecamente convinto di essere nel giusto, mette da parte ogni remora di ordine etico o morale per far passare l’idea tutta nuova che corruzione, malaffare, latrocinio e interesse privato possono trovare la loro giustificazione nella pratica comune e nel consenso altrui, poco importa come lo si sia ottenuto. Sulla scia del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, corrompere il prossimo diventa lo strumento migliore per essere l’eletto fra i corrotti, e avere avversari corrotti la giustificazione migliore per essere più corrotti di loro, fino a proclamare definitivamente che la corruzione è cosa buona e giusta e che chi non la pratica in pubblico senz’altro la pratica in privato, di nascosto, ed è dunque peggiore egli stesso di quanto non dica degli altri.
Memorabili sono i suo slogan: “Prima voti, poi rifletti”, “I have no dream, ma mi piace u pilu!”. Memorabili i suoi comizi (“Mi hanno chiesto cosa voglio fare per i poveri e i bisognosi: una benemerita minchia!”) e le sue lezioni di educazione sentimentale al figlio Melo, costretto a lasciare la fidanzata perché di misure assai poco generose. Ma tutto questo l’avevamo già visto a Zelig!

Dove il film manca completamente è sull’altro fronte, quello del mondo intorno a Cetto: come è possibile che un simile personaggio faccia proseliti e vinca le elezioni? Qual è la radice del successo di questa classe politica che incarna il peggio della Nazione che rappresenta erigendolo a sistema? Non basta aggrapparsi al broglio in cabina, al parentame e al clientelismo: fosse solo questo non ci sarebbe bisogno di un film, è roba vecchia. C’è di più, là fuori: c’è un mondo che vede sovvertiti giorno dopo giorno i principi stessi su cui si è costituita la civiltà moderna, in un contesto di pressoché generale noncuranza. E nessuno che sappia spiegarselo! Avrebbe potuto farlo lui, Cetto: spiegarci com’è che certi meccanismi fanno breccia nel cuore di un comune cittadino e farci così sentire il peso, uscendo dalla sala, di essere stati anche noi una volta nella vita fra gli elettori di un Laqualunque qualsiasi. Avrebbe potuto, ma forse avrebbe dovuto avere accanto qualcuno, mentre attorno a lui c’è il nulla.
In un solo momento la regia di Giulio Manfredonia, latitante per il 90% del film, notaio per la restante parte, si accorge che questo è il tema: quando al termine di un dibattito televisivo condotto con le armi di una faziosità iperbolica quanto già troppe volte vista dal vivo, la telecamera stringe sul volto affranto dell’avversario di Cetto, mentre le luci dello studio si spengono lentamente e tutti escono festanti.
Per il resto è tutto vuoto: i personaggi spudoratamente macchiettistici che circondano il nostro eroe, a mezza via tra Franco e Ciccio e la caricatura di Marlon Brando, la moglie starnazzante, incapace di essere anche solo la parodia di quel che dovrebbe essere, fino al guru barese che parla milanese (ma perché, dico io?), interpretato da uno spaesatissimo Rubini, inspiegabilmente costretto ad essere quello che non è, palesemente in imbarazzo in panni non suoi.

Insomma... una grande occasione sprecata.
E un gran peccato, perché Cetto funziona davvero bene, ma non riesce ad andare oltre il format modello “Zelig” (v. anche il recente strasuccesso di Checco Zalone, tanto visto quanto mal fatto), il che costringe ad amare riflessioni nostalgiche dei tempi che furono, quando Totò gridava “Vota Antonio, vota Antonio” e Alberto Sordi girava “Tutti dentro!” con una parrucca da fare impallidire quella di Cetto.
Ma noi vogliamo bene al cinema italiano, nonostante tutto, perciò faremo il tifo per Albanese a Berlino. E siamo sicuri che i tedeschi sapranno apprezzare meglio di noi quest’Italietta tutta spaghetti e mafia di paese di cui noi abbiam piene le tasche. E pure i coglioni.



lunedì 27 settembre 2010

Somewhere.

Da qualche parte. Certo non qui.

Forse voi non sapete chi sia, ma Johnny Marco è un famoso attore hollywoodiano. Il pubblico lo adora, la critica lo osanna, i migliori registi se lo contendono, i giornalisti lo tempestano di domande inutili e le multinazionali lo scritturano per le loro campagne pubblicitarie. Potrebbe meravigliare che alle sue calcagna non s’accalchi un nugolo di paparazzi (già, perché?), ma Johnny Marco è davvero il numero uno. Infatti è ricco, ha tutto quel che si potrebbe desiderare, compresa una fiammante Ferrari nera che adora guidare. Ha donne bellissime che gli si concedono al primo approccio, in ogni angolo della terra dove i suoi viaggi lo conducono. Ha anche una ex moglie. E una figlia adolescente molto in gamba, che lui però trascura alquanto, preso com’è tra mondanità, feste e impegni di lavoro. Voi potreste pensare che Johnny Marco sia l’uomo più felice del mondo, che la sua vita sia la cosa più desiderabile cui un uomo possa aspirare, che il suo futuro sia radioso e il suo presente magico, ma non è così. Johnny Marco è depresso. Proprio così, possiamo giurarlo. Sente che la sua vita non ha un senso, che tutto quello che fa è vuoto. Sente che dovrebbe essere un padre migliore, un amante sincero e un uomo generoso, ma si rende conto di non esserne capace. Sì perché - dovete sapere - la fama e la ricchezza non danno la felicità. Credeteci, può sembrare strano, può suonare incredibile, ma è proprio così! E così un giorno il nostro Johnny Marco abbandona tutto: le sue cose nell’hotel in cui vive, la sua Ferrari al bordo di una strada lunga e diritta che corre verso il nulla. E continua a camminare lungo quella strada, finalmente con il sorriso sulle labbra. E il film finisce. Vogliamo dire: “finalmente”? Ma sì, diciamolo! Può sembrare irrispettoso, ma è rispetto propinare allo spettatore un nugolo arraffazzonato di banalità e luoghi comuni passandolo per pensiero intimo e profondo?

P.S.: Per chi, indeciso se vedere il film, ritenesse ingeneroso quanto sopra, quello che segue è un elenco delle scene migliori.
1. Quindici minuti di orologio di corse in Ferrari con il rombo del motore come unico sonoro aprono e chiudono il film.
2. Johnny Marco accusa i primi sintomi di depressione: per circa tre minuti lo vediamo seduto su un divano, sorseggiare una birra indeciso. Una pera rotola irrispettosa sul tavolino davanti a lui.
3. Johnny Marco e le donne (per rispetto di chi legge riporto solo il meglio del meglio):
3a. J.M. va a una festa. Tutti dicono cose banali. Che fare? Un drink e una pasticca per tirarsi su, poi si avvicina alla più donna più bella, le rivolge la parola e se la porta a letto. Facile, no?
3b. J.M. apre la porta della sua stanza d’albergo. La vicina della porta accanto non aspetta altro: uno sguardo e via con la cavalcata di rito!
3c. J.M. parla al telefono, si affaccia al balcone. Al piano di sotto una donna prende il sole, ma appena si accorge di lui gli mostra il seno. Lui davvero non ne può più… come biasimarlo, del resto?
4. Johnny Marco è in piscina, dorme su un materassino che va alla deriva. Nessun sonoro se non rumori di fondo lontani. Dopo qualche minuto il materassino esce di campo. Così, lentamente, un po’ per volta.
5. Johnny davvero si è reso conto di essere una nullità. Ci ha messo un po’, ma finalmente trova il coraggio di chiedere aiuto. La donna che gli risponde gli consiglia di fare del volontariato. Mai consiglio fu più azzeccato!
6. …davvero volete che continui? Ci sarebbe la scena di Johnny Marco che riceve il Telegatto, con Nino Frassica, Valeria Marini… imperdibile! Se volete vederla dovete soffrire un po’ anche voi, andate al cinema!



Somewhere, di Sofia Coppola
USA 2010, colore, 1.85:1, 98 min
Vincitore del Leone d'Oro per il miglior Film al Festival di Venezia 2010.

martedì 13 luglio 2010

Katyn


Katyn racconta dell'eccidio di 22.000 polacchi, in gran parte ufficiali dell'esercito, compiuto dai Sovietici nella primavera del '40. Non si ferma alle vittime ma indaga il dramma dei loro familiari e di chi (pochissimi) è sopravvissuto.
Se terribile fu l'eccidio, peggiore, credo, fu quel che venne dopo: per anni, entrata la Polonia a far parte del blocco sovietico, fu vietato (e sanzionato anche con la morte) dire la verità sull'accaduto. La strage fu attribuita ai tedeschi e datata nel '41: anche una lapide con la data del '40 fu sufficiente ad essere imprigionati. Questa impossibilità di poter dire la verità mi pare la cosa più forte della storia di Katyn: la scelta tra la verità e la vita cui sono stati costretti milioni di polacchi. Il film la rende degnamente ed è straziante. Nelle sale polacche è stato visto da oltre tre milioni di spettatori (la Polonia conta circa venti milioni abitanti). In Italia è rimasto in programmazione solo alcuni giorni, in alcune delle poschissime sale ancora attente a proporre un cinema di qualità. Nessuno se ne è lamentato.
Anche questo dovrebbe fare riflettere.