giovedì 25 novembre 2004

Mishima


Quaranta anni orsono, la mattina del 25 novembre 1970, Hiraoka Kimitake, noto al mondo con lo pseudonimo di Yukio Mishima, si reca presso la sede del suo editore dove è atteso per la consegna della stesura definitiva del suo ultimo romanzo.
Tennin gosui, “La caduta degli angeli”, è il titolo dell’opera che chiude la tetralogia de “Il mare della fertilità”.
Immediatamente dopo, accompagnato dai più fedeli compagni della Tate no Kai, la Società degli Scudi, da lui stesso fondata cinque anni prima, si reca a Ichigawa, presso il Quartier Generale del Jieitai, la forza di autodifesa dell’esercito giapponese. Gli uomini della Tate no Kai hanno partecipato a più di una esercitazione militare del Jieitai, distinguendosi altrettante volte per ardimento. Le loro divise sono ben conosciute e la loro guida non ha bisogno di presentazioni. Mishima porta con sé una preziosa sciabola. E’ questo il motivo della visita: mostrare il cimelio al Generale Kanetoshi Mashita. Ottenuto il permesso per essere ricevuti dal Comandante il gruppo agisce secondo un copione già scritto e studiato nei minimi particolari. Mashita viene preso in ostaggio dopo una breve quanto violenta colluttazione. Diversi uomini della sua guardia vengono feriti. Il colpo di mano riesce. Mishima chiede e ottiene che tutto il personale militare presente venga riunito nella piazza d’armi. Giungono nel frattempo anche i giornalisti di radio, stampa e televisione. Alcuni elicotteri sorvolano la caserma. Mishima, affacciato al balcone dell’ufficio di Mashita, pronuncia il suo discorso di condanna del decadimento morale, sociale e culturale del Giappone del dopoguerra e, dopo aver reso pubblicamente gli onori all’Imperatore, rientra nella stanza. Con estrema freddezza sfodera la sciabola, si sfila la giacca della divisa della Società degli Scudi, si inginocchia assumendo la corretta posizione e, senza muovere un solo muscolo del viso, si apre il ventre nell’atto del seppuku. Il codice del suicidio rituale vuole che, per evitare che il maestro emetta il benché minimo lamento che tradisca il suo dolore prima della morte, il più giovane degli allievi gli tagli il capo con un colpo secco di sciabola. Il compito spetta al giovanissimo Masakatsu Morita, il quale in preda all’emozione e al pianto fallisce per due volte l’operazione limitandosi a ferire profondamente a una spalla il maestro. Solo l’intervento risolutivo di un compagno più anziano ed esperto pone fine all’agghiacciante scena. Morita segue la sorte di Mishima immediatamente dopo. La giovane età gli risparmia i dolori del seppuku: la sua testa cade prima che la lama penetri a fondo nel ventre.

Mishima non era un uomo qualunque. Aveva trentacinque anni, nel ’70, centinaia di libri e racconti all’attivo pubblicati in tutte le lingue in tutto il mondo, almeno una decina di cariche di prim’ordine in alcune delle principali istituzioni culturali giapponesi e un passato di attore e regista di teatro e cinema. I suoi drammi venivano regolarmente rappresentati al teatro Kabuki di Tokio, la sua collaborazione richiesta dalle migliori Università di tutto il mondo. Nel ’69 la rivista americana Esquire includeva l’”Hemingway giapponese” fra i cento uomini più importanti della Terra. Per capire quanto intensa e profonda sia stata la sua esistenza consiglio di leggere quanto ha scritto Marguerite Yourcenar nel libro a lui dedicato.

L’epilogo violento di una delle vite più brillanti del nostro secolo impone una riflessione assai “fastidiosa”: l’atto, l’azione fine a sé stessa, in questa nostra moderna società del continuo movimento è in realtà un fatto sempre più raro. Non è un paradosso. Il nostro mondo in corsa è incredibilmente immobile. E’ un mondo in cui il gesto è meccanico, l’abitudine prevale sul rito e ogni “azione” è tale solo in quanto “finalizzata” a un che di concreto, ossia è in sé sostanzialmente “vuota”. Lascio ad altri ogni esemplificazione e mi limito a girare una domanda: “Esiste qualcosa in questa nostra fragile vita, che più di un fuoco d’artificio possegga l’eternità dell’istante?” Mishima ritiene di rispondere al quesito ch’egli stesso pone con la morte, atto estremo e al tempo stesso supremo: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte.” Questo l’insegnamento dell’Hagakure. Il suicidio non appartiene alla nostra cultura, sicché è quanto mai logico aspettarsi che non lo si comprenda, che lo si scambi per una scioccheria, un’insensatezza e null’altro. Alla nostra tradizione appartiene invece il rito, atto significante per diritto di nascita, ma anche ad esso non siamo più in grado di tributare alcun senso. E’ forse questo il segno più profondo del Kaliyuga , dell’epoca di decadimento che andiamo attraversando? L’incapacità di attribuire un significato intrinseco a quel che ogni giorno facciamo? L’impossibilità di curarci dei nostri gesti in un mondo in cui il primo obiettivo da perseguire è la velocità d’azione piuttosto che lo stile? “La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia.” Di nuovo un pensiero “fastidioso”. Di nuovo un sasso pesante. Di nuovo l’Hagakure. La morte è la via, la via è la vita, la vita esige l’azione e ogni azione degna di tal nome esige un senso, un piacere. L’azione è per Mishima il segno della ribellione all’immobilismo dilagante nel suo Giappone di fronte all’invasione del pensiero occidentale, di fronte alla dissipazione della millenaria tradizione del suo popolo. L’immobilismo stesso, inteso come susseguirsi di azioni prive di significato, incapaci di alcun “disegno”, è quel che violenta la tradizione. “Penso che l’essenza di un’azione pura consista nel raggiungere lo scopo dopo aver sfiorato l’abisso dello scacco” egli scrive ancora in “Lezioni spirituali per giovani samurai”. Yukio Mishima risponde alle facili leggi del capitalismo occidentale, laddove ciò che “appare” viene scambiato per ciò che “è”, con l’esempio del suo gesto estremo, quel suicidio rituale che è luogo frequentatissimo della tradizione di cui egli si nutre e nella quale irrimediabilmente tutto ciò che appare “significa”. Il rito dunque, di fronte all’immagine. Apparenze entrambe, ma l’una pregnante, l’altra vacua. L’una incastonata in quel susseguirsi di eventi che è la storia, l’altra incapace di alcun effetto permanente e condannata all'effimero in eterno. L’una gravida di conseguenze, l’altra semplicemente impotente, incapace di lasciare alcun segno di sé. L’una cruda e reale, incredibilmente reale come la morte di un uomo vivo in ogni istante della sua esistenza, l’altra eterea, sfuggente, giammai appagante. E questo forse ci da il segno di come Mishima sia stato realmente poeta, non solo in quanto scrittore, ma in quanto uomo d’azione. Poesia, in effetti – non dimentichiamolo – è parola che allude non a caso all’azione, apogeo creativo dell’umano, avendo la sua radice nel verbo che per i greci antichi significava fare. In un’epoca senza poesia come la nostra dovremmo seriamente meditare di fermarci di quando in quando ad agire.

Secondo la tradizione indiana il tempo è scandito da ere ciascuna delle quali dominata dallo spirito di una divinità. L’era attuale è dominata alla dea Kalì - da cui Kaliyuga - dea malvagia e prepotente, ed è un’era di profondo decadimento.

domenica 23 maggio 2004

Il declino dell'America


IL DECLINO DELL'AMERICA
di Immanuel Wallerstein
Feltrinelli, 2004
Traduzione di Mauro di Meglio
pagg. 268, euro 25

Sul finire degli anni Settanta le tesi di Immanuel Wallerstein sulla nascita e lo sviluppo del sistema economico capitalista ebbero una forte eco. Oggi, le sue considerazioni sul declino della potenza americana sviluppano la linea tracciata allora, fondata sull’analisi dei trend storici di lungo periodo, ed evidenziano diversi elementi di indubbio interesse.
Secondo Wallerstein, che viene dalla scuola di Braudel, il sistema – l’“economia-mondo” – capitalista ha visto la luce attorno alla metà del Quattrocento. Esso si caratterizza per essere fondato su meccanismi di produzione e accumulazione determinati non da fattori politici ma dalle leggi del mercato, grazie alle quali i centri di potere costruiscono la propria supremazia accrescendo la capacità e la competitività del proprio apparato produttivo con l’acquisizione di manodopera e materie prime a più basso costo presso le zone periferiche del sistema. Si tratta in buona parte, per dirla in breve, dei medesimi processi cui molti fanno riferimento parlando di globalizzazione e che dunque, in quest’ottica, appaiono niente affatto nuovi. Anzi – è questa la tesi di Wallerstein – essi sono ormai entrati nella fase ultima del loro ciclo di vita e pertanto “la scelta che è oggi di fronte a noi non è se piegarci o meno a questi processi, ma cosa fare di fronte al loro sgretolamento, poiché è questo ciò che sta accadendo.”
La crisi del sistema economico capitalista sarebbe determinata in particolare da tre “tendenze secolari” che vanno approssimandosi ai rispettivi asintoti: la crescita del livello salariare reale come componente dei costi di produzione, l’aumento del costo “ecologico” dei fattori produttivi materiali e la crisi degli stati nazionali per l’impossibilità di bilanciare i sistemi di tassazione con le richieste di servizio avanzate dalla cittadinanza. Ciascuna di queste tendenze sta generando dei limiti per l’accumulazione del capitale che non trovano soluzione nel lungo periodo, e “poiché l’incessante accumulazione di capitale è la caratteristica distintiva del capitalismo in quanto sistema storico, questa triplice pressione tende a rendere irrealizzabile la principale ragion d’essere del sistema e dunque a generare una crisi strutturale”.
Di questa economia-mondo in crisi gli Stati Uniti sono oggi la maggiore potenza, e il declino del sistema non può che segnare anche il declino di chi maggiormente ne incarna l’essenza: “L’11 settembre 2001 ha rappresentato un momento drammatico e sconvolgente nella storia americana. Non si è trattato, tuttavia, dell’inizio di una nuova epoca, ma solo di un evento significativo in una traiettoria che ha avuto inizio molto tempo prima, e che continuerà per molti decenni ancora; un lungo periodo che possiamo definire come il declino dell’egemonia degli Stati Uniti in un mondo caotico”. Dal 1945 a oggi l’economia-mondo capitalistica ha attraversato un tipico ciclo di breve periodo (“ciclo di Kondratieff”) che, “ha avuto due parti: una fase-A (1945-1973) di espansione economica e una fase-B (1973-oggi) di contrazione”. Nel ’45 gli Stati Uniti si trovarono ad essere l’unica nazione di un certo peso a non aver subito danni ingenti a seguito del conflitto mondiale, con un potenziale produttivo ingente e sostanzialmente intatto di fronte a un mondo in rovina. L’esigenza di creare una domanda su scala globale per dare sfogo a tale potenziale portò gli USA a intraprendere campagne di ricostruzione soprattutto in Europa e nell’Est asiatico, visti come principali mercati di sbocco, e a concordare con gli altri vincitori del conflitto l’assetto definito a Yalta. Ma proprio il successo degli Stati Uniti quale potenza egemone del dopoguerra ha posto le condizioni per la fine del loro dominio. “Questo processo può essere colto in quattro simboli: la guerra del Vietnam, le rivoluzioni del 1968, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e gli attacchi terroristici del settembre 2001. Ciascuno di questi simboli si fonda su quello che lo precede, culminando nella situazione in cui gli Stati Uniti si trovano attualmente, quella di una superpotenza isolata, che non dispone di un vero potere, di un leader mondiale che nessuno segue e che pochi rispettano, di una nazione pericolosamente alla deriva nel mezzo di un caos globale che non è in grado di controllare”. Ne è la dimostrazione la sostanziale inefficacia degli interventi militari americani nel mondo negli ultimi trent’anni: a partire dalla guerra del Vietnam, nota Wallerstein, fino ad arrivare all’ultima esperienza irachena, la storia della politica estera statunitense è segnata da una lunga teoria di interventi militari più o meno inefficaci che vanno dal Libano alla Somalia, passando per i Balcani. Anche a livello politico la situazione non appare migliore: si veda la questione palestinese, costellata di innumerevoli quanto infruttuosi tentativi di mediazione. Fanno eccezione, a confermare la regola, l’invasione di staterelli quali Panama e Grenada, di fatto privi di significative difese. Il crollo dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991 segnò la svolta definitiva. Quella che avrebbe dovuto essere una vittoria determinò anche l’inizio della fine del potere globale americano, facendone venir meno le principali basi politiche: da un lato ebbe fine la giustificazione politica di un’ulteriore subordinazione alla leadership USA da parte dei due principali rivali economici, Europa occidentale e Giappone, e, dall’altro, i movimenti antisistemici, in particolare quelli impegnati a respingere il dominio “occidentale” sul mondo “non-occidentale”, ebbero finalmente libero sfogo. Il crollo del comunismo significò dunque il crollo del liberalismo, “rimuovendo l’unica giustificazione ideologica a sostegno dell’egemonia americana, una giustificazione tacitamente sostenuta da quello che, in apparenza, del liberalismo era l’antagonista ideologico.”. Rotti gli ultimi argini, l’economia-mondo capitalista è andata da allora avanzando come un’automobile i cui comandi danneggiati si fanno via via più imprecisi e difficili da governare. In una situazione simile, “un conducente prudente guiderebbe a velocità assai ridotta. Ma non vi sono conducenti prudenti nell’economia-mondo capitalista”. E così è stato che la reazione più scomposta si è rivelata proprio quella del leader, che anziché rallentare ha preso a calcare il piede sull’acceleratore e, come spesso accade in tempi di confusione e insicurezza, si è messo alla caccia di un nuovo “demone”. Alcuni elementi specifici del rapporto tra Occidente e Islam quali le origini comuni (le liti in famiglia sono sempre le più aspre), la questione israeliana e la presenza del petrolio, hanno fatto dell’Islam il demone perfetto con cui sostituire il defunto spauracchio comunista. E il sistema intero, menando gli ultimi colpi di coda, è venuto dietro e ha messo in moto i suoi anticorpi: un certo populismo, il razzismo spicciolo che propone la pretesa superiorità della cultura occidentale, la visione affabulatrice che dipinge gli eventi correnti come l’inizio di uno scontro tra civiltà. Di questa retorica del potere è spesso oggetto il concetto di democrazia, termine divenuto imprescindibile per accreditarsi nell’ambito dell’agone politico. Eppure, di fatto, non vi è democrazia al mondo che non sia fortemente viziata. I mali più diffusi si chiamano corruzione, disuguaglianza materiale (o ingiustizia sociale) e “non-inclusione” dei cittadini nel processo partecipativo. Tre mali che evidenziano quanto le forme democratiche siano anch’esse, nelle forme attuali, in contrasto con quello che, nella retorica e nei fatti, è ritenuto essere il loro sistema d’elezione, l’economia-mondo capitalista. La progressiva democratizzazione comporta una maggiore distribuzione delle ricchezze, rendendone sempre più complicata l’accumulazione, sicché “perseguire l’incessante accumulazione di capitale, che in fin dei conti è la raison d’être dell’economia-mondo capitalista, diverrebbe impossibile. L’alternativa è dunque tra bloccare il processo di democratizzazione, cosa politicamente difficile, o muoversi verso un diverso tipo di sistema con l’obiettivo di conservare le realtà gerarchiche e inegualitarie”. E’ quest’ultima, secondo Wallerstein, la pericolosa direzione presa dal capitalismo occidentale, cui dovrebbe essere opposta una forza egualitarista capace di fare invece di una democrazia “reale” (e non semplicemente strumentale al sistema) il modello del futuro. Di fronte alla deriva dell’economia-mondo capitalista, infatti, non si può restare inermi, e Wallerstein, rivalutando alcuni pensieri che furono già di Gramsci, considera fondamentale in questo reindirizzamento il ruolo degli intellettuali. In primo luogo è necessario superare la dicotomia tra la scienza, vista come il regno della verità, e la politica, regno dei valori. Tale dicotomia altro non è se non l’ammissione di una differenza di fatto tra ciò che è (la scienza) e ciò che dovrebbe essere (i valori), differenza che giustifica a sua volta una serie di atteggiamenti schizofrenici del pensiero moderno, capace di proporre analisi teoriche, considerate descrittive della realtà e al tempo stesso prescrittive, che però sono inesatte: è opinione diffusa che il capitalismo sia e debba essere basato sulla concorrenza in un mercato libero, che gli stati siano e debbano essere sovrani, che la cittadinanza sia e debba essere basata sull’uguaglianza dei diritti e che gli studiosi e gli scienziati siano e debbano essere “avalutativi” e imparziali; nessuna di queste cose, tuttavia, è realmente quel che dovrebbe essere sul piano teorico. Di qui l’appello agli esponenti del mondo della cultura e delle scienze a farsi essi portatori dei valori del mondo di domani e alla sinistra mondiale (di cui Wallerstein si sente parte e avanguardia) ad abbandonare schemi mentali ormai obsoleti e considerare le opportunità poste da un momento di crisi e transizione in cui la via capitalista, ben lungi dall’essere l’unica alternativa possibile , è invece senz’altro l’unica destinata a perire. Un invito che, in verità, andrebbe esteso a tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e dal fatto di inquadrarsi nella schiatta degli intellettuali o in quella degli analfabeti.
Peccato che Wallerstein denoti una certa tendenza a riporre eccessiva fiducia nella rappresentatività del suo modello, sembrando talora più impegnato a voler ricondurre ad esso i fenomeni che osserva che a comprenderne le reali origini. E’ questa probabilmente la ragione per cui a fronte di analisi lucide e ben strutturate troviamo anche opinioni espresse con una certa leggerezza e argomentazioni buttate lì, quasi fossero scontate, prive di un reale fondamento. Analogamente – ma in questo caso la critica è strutturale – un modello che analizza la storia come un susseguirsi di fenomeni economici appare debole e parziale, limitato, quando non addirittura fuorviante. Troppe volte esso trascura elementi culturali, sociali e ideali che pure hanno un ruolo determinante, negando così l’opportunità di trarre dal disegno complessivo conclusioni dotate di fondamenta convincenti. Tant’è che quando Wallerstein si spoglia dei panni dello storico e veste quelli del politico, le sue proposte perdono di fascino e coerenza, limitandosi all’invito a esercitare incessanti “pressioni verso la democratizzazione”, a richiedere “di più, molto di più” in fatto di welfare, a “costringere il centro liberale a rendere concrete le proprie preferenze teoriche”, fino a “fare dell’antirazzismo il criterio di valutazione della democrazia”. Quasi che accelerare la crisi del sistema attuale sia più importante che porre le basi per costruirne uno nuovo. Dispiace, perché nel mucchio si perdono spunti se vogliamo un po’ azzardati ma senz’altro originali, tra cui l’idea che “invece di trasformare università e ospedali in istituzioni orientate al profitto, dovremmo pensare al modo in cui trasformare le industrie siderurgiche in istituzioni non-profit”. Dispiace ancor di più perché le tesi di Wallerstein hanno il merito di uscire in qualche modo dalla logica di breve periodo con cui siamo abituati a leggere gli eventi intorno a noi, la quale logica incarna davvero uno dei mali principali del nostro tempo: l’incapacità di guardare lontano.

Note
1. Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, Bologna, vol. I, 1978; vol. II, 1982 (titolo originale: The Modern World-system, New York, vol. I, 1974; vol. II, 1980; vol. III, 1988).
2. Le teorie di Wallerstein condividono l’approccio metodologico sviluppato dallo storico francese (fra i diversi incarichi ricoperti, egli dirige il Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilization) e attingono, fra gli altri, agli studi di Pierre Chaunu, Paul Sweezy e André Gunder Frank.
3. Wallerstein identifica la direzione presa dal capitalismo mondiale con lo “spirito di Davos”, luogo d’elezione del World Economic Forum, cui si contrappone lo “spirito di Porto Alegre”, dove per la prima volta si è tenuto il World Social Forum.
4. “TINA”, secondo un o slogan popolare negli USA, ovvero “there is no alternative”.