domenica 23 maggio 2004

Il declino dell'America


IL DECLINO DELL'AMERICA
di Immanuel Wallerstein
Feltrinelli, 2004
Traduzione di Mauro di Meglio
pagg. 268, euro 25

Sul finire degli anni Settanta le tesi di Immanuel Wallerstein sulla nascita e lo sviluppo del sistema economico capitalista ebbero una forte eco. Oggi, le sue considerazioni sul declino della potenza americana sviluppano la linea tracciata allora, fondata sull’analisi dei trend storici di lungo periodo, ed evidenziano diversi elementi di indubbio interesse.
Secondo Wallerstein, che viene dalla scuola di Braudel, il sistema – l’“economia-mondo” – capitalista ha visto la luce attorno alla metà del Quattrocento. Esso si caratterizza per essere fondato su meccanismi di produzione e accumulazione determinati non da fattori politici ma dalle leggi del mercato, grazie alle quali i centri di potere costruiscono la propria supremazia accrescendo la capacità e la competitività del proprio apparato produttivo con l’acquisizione di manodopera e materie prime a più basso costo presso le zone periferiche del sistema. Si tratta in buona parte, per dirla in breve, dei medesimi processi cui molti fanno riferimento parlando di globalizzazione e che dunque, in quest’ottica, appaiono niente affatto nuovi. Anzi – è questa la tesi di Wallerstein – essi sono ormai entrati nella fase ultima del loro ciclo di vita e pertanto “la scelta che è oggi di fronte a noi non è se piegarci o meno a questi processi, ma cosa fare di fronte al loro sgretolamento, poiché è questo ciò che sta accadendo.”
La crisi del sistema economico capitalista sarebbe determinata in particolare da tre “tendenze secolari” che vanno approssimandosi ai rispettivi asintoti: la crescita del livello salariare reale come componente dei costi di produzione, l’aumento del costo “ecologico” dei fattori produttivi materiali e la crisi degli stati nazionali per l’impossibilità di bilanciare i sistemi di tassazione con le richieste di servizio avanzate dalla cittadinanza. Ciascuna di queste tendenze sta generando dei limiti per l’accumulazione del capitale che non trovano soluzione nel lungo periodo, e “poiché l’incessante accumulazione di capitale è la caratteristica distintiva del capitalismo in quanto sistema storico, questa triplice pressione tende a rendere irrealizzabile la principale ragion d’essere del sistema e dunque a generare una crisi strutturale”.
Di questa economia-mondo in crisi gli Stati Uniti sono oggi la maggiore potenza, e il declino del sistema non può che segnare anche il declino di chi maggiormente ne incarna l’essenza: “L’11 settembre 2001 ha rappresentato un momento drammatico e sconvolgente nella storia americana. Non si è trattato, tuttavia, dell’inizio di una nuova epoca, ma solo di un evento significativo in una traiettoria che ha avuto inizio molto tempo prima, e che continuerà per molti decenni ancora; un lungo periodo che possiamo definire come il declino dell’egemonia degli Stati Uniti in un mondo caotico”. Dal 1945 a oggi l’economia-mondo capitalistica ha attraversato un tipico ciclo di breve periodo (“ciclo di Kondratieff”) che, “ha avuto due parti: una fase-A (1945-1973) di espansione economica e una fase-B (1973-oggi) di contrazione”. Nel ’45 gli Stati Uniti si trovarono ad essere l’unica nazione di un certo peso a non aver subito danni ingenti a seguito del conflitto mondiale, con un potenziale produttivo ingente e sostanzialmente intatto di fronte a un mondo in rovina. L’esigenza di creare una domanda su scala globale per dare sfogo a tale potenziale portò gli USA a intraprendere campagne di ricostruzione soprattutto in Europa e nell’Est asiatico, visti come principali mercati di sbocco, e a concordare con gli altri vincitori del conflitto l’assetto definito a Yalta. Ma proprio il successo degli Stati Uniti quale potenza egemone del dopoguerra ha posto le condizioni per la fine del loro dominio. “Questo processo può essere colto in quattro simboli: la guerra del Vietnam, le rivoluzioni del 1968, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e gli attacchi terroristici del settembre 2001. Ciascuno di questi simboli si fonda su quello che lo precede, culminando nella situazione in cui gli Stati Uniti si trovano attualmente, quella di una superpotenza isolata, che non dispone di un vero potere, di un leader mondiale che nessuno segue e che pochi rispettano, di una nazione pericolosamente alla deriva nel mezzo di un caos globale che non è in grado di controllare”. Ne è la dimostrazione la sostanziale inefficacia degli interventi militari americani nel mondo negli ultimi trent’anni: a partire dalla guerra del Vietnam, nota Wallerstein, fino ad arrivare all’ultima esperienza irachena, la storia della politica estera statunitense è segnata da una lunga teoria di interventi militari più o meno inefficaci che vanno dal Libano alla Somalia, passando per i Balcani. Anche a livello politico la situazione non appare migliore: si veda la questione palestinese, costellata di innumerevoli quanto infruttuosi tentativi di mediazione. Fanno eccezione, a confermare la regola, l’invasione di staterelli quali Panama e Grenada, di fatto privi di significative difese. Il crollo dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991 segnò la svolta definitiva. Quella che avrebbe dovuto essere una vittoria determinò anche l’inizio della fine del potere globale americano, facendone venir meno le principali basi politiche: da un lato ebbe fine la giustificazione politica di un’ulteriore subordinazione alla leadership USA da parte dei due principali rivali economici, Europa occidentale e Giappone, e, dall’altro, i movimenti antisistemici, in particolare quelli impegnati a respingere il dominio “occidentale” sul mondo “non-occidentale”, ebbero finalmente libero sfogo. Il crollo del comunismo significò dunque il crollo del liberalismo, “rimuovendo l’unica giustificazione ideologica a sostegno dell’egemonia americana, una giustificazione tacitamente sostenuta da quello che, in apparenza, del liberalismo era l’antagonista ideologico.”. Rotti gli ultimi argini, l’economia-mondo capitalista è andata da allora avanzando come un’automobile i cui comandi danneggiati si fanno via via più imprecisi e difficili da governare. In una situazione simile, “un conducente prudente guiderebbe a velocità assai ridotta. Ma non vi sono conducenti prudenti nell’economia-mondo capitalista”. E così è stato che la reazione più scomposta si è rivelata proprio quella del leader, che anziché rallentare ha preso a calcare il piede sull’acceleratore e, come spesso accade in tempi di confusione e insicurezza, si è messo alla caccia di un nuovo “demone”. Alcuni elementi specifici del rapporto tra Occidente e Islam quali le origini comuni (le liti in famiglia sono sempre le più aspre), la questione israeliana e la presenza del petrolio, hanno fatto dell’Islam il demone perfetto con cui sostituire il defunto spauracchio comunista. E il sistema intero, menando gli ultimi colpi di coda, è venuto dietro e ha messo in moto i suoi anticorpi: un certo populismo, il razzismo spicciolo che propone la pretesa superiorità della cultura occidentale, la visione affabulatrice che dipinge gli eventi correnti come l’inizio di uno scontro tra civiltà. Di questa retorica del potere è spesso oggetto il concetto di democrazia, termine divenuto imprescindibile per accreditarsi nell’ambito dell’agone politico. Eppure, di fatto, non vi è democrazia al mondo che non sia fortemente viziata. I mali più diffusi si chiamano corruzione, disuguaglianza materiale (o ingiustizia sociale) e “non-inclusione” dei cittadini nel processo partecipativo. Tre mali che evidenziano quanto le forme democratiche siano anch’esse, nelle forme attuali, in contrasto con quello che, nella retorica e nei fatti, è ritenuto essere il loro sistema d’elezione, l’economia-mondo capitalista. La progressiva democratizzazione comporta una maggiore distribuzione delle ricchezze, rendendone sempre più complicata l’accumulazione, sicché “perseguire l’incessante accumulazione di capitale, che in fin dei conti è la raison d’être dell’economia-mondo capitalista, diverrebbe impossibile. L’alternativa è dunque tra bloccare il processo di democratizzazione, cosa politicamente difficile, o muoversi verso un diverso tipo di sistema con l’obiettivo di conservare le realtà gerarchiche e inegualitarie”. E’ quest’ultima, secondo Wallerstein, la pericolosa direzione presa dal capitalismo occidentale, cui dovrebbe essere opposta una forza egualitarista capace di fare invece di una democrazia “reale” (e non semplicemente strumentale al sistema) il modello del futuro. Di fronte alla deriva dell’economia-mondo capitalista, infatti, non si può restare inermi, e Wallerstein, rivalutando alcuni pensieri che furono già di Gramsci, considera fondamentale in questo reindirizzamento il ruolo degli intellettuali. In primo luogo è necessario superare la dicotomia tra la scienza, vista come il regno della verità, e la politica, regno dei valori. Tale dicotomia altro non è se non l’ammissione di una differenza di fatto tra ciò che è (la scienza) e ciò che dovrebbe essere (i valori), differenza che giustifica a sua volta una serie di atteggiamenti schizofrenici del pensiero moderno, capace di proporre analisi teoriche, considerate descrittive della realtà e al tempo stesso prescrittive, che però sono inesatte: è opinione diffusa che il capitalismo sia e debba essere basato sulla concorrenza in un mercato libero, che gli stati siano e debbano essere sovrani, che la cittadinanza sia e debba essere basata sull’uguaglianza dei diritti e che gli studiosi e gli scienziati siano e debbano essere “avalutativi” e imparziali; nessuna di queste cose, tuttavia, è realmente quel che dovrebbe essere sul piano teorico. Di qui l’appello agli esponenti del mondo della cultura e delle scienze a farsi essi portatori dei valori del mondo di domani e alla sinistra mondiale (di cui Wallerstein si sente parte e avanguardia) ad abbandonare schemi mentali ormai obsoleti e considerare le opportunità poste da un momento di crisi e transizione in cui la via capitalista, ben lungi dall’essere l’unica alternativa possibile , è invece senz’altro l’unica destinata a perire. Un invito che, in verità, andrebbe esteso a tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e dal fatto di inquadrarsi nella schiatta degli intellettuali o in quella degli analfabeti.
Peccato che Wallerstein denoti una certa tendenza a riporre eccessiva fiducia nella rappresentatività del suo modello, sembrando talora più impegnato a voler ricondurre ad esso i fenomeni che osserva che a comprenderne le reali origini. E’ questa probabilmente la ragione per cui a fronte di analisi lucide e ben strutturate troviamo anche opinioni espresse con una certa leggerezza e argomentazioni buttate lì, quasi fossero scontate, prive di un reale fondamento. Analogamente – ma in questo caso la critica è strutturale – un modello che analizza la storia come un susseguirsi di fenomeni economici appare debole e parziale, limitato, quando non addirittura fuorviante. Troppe volte esso trascura elementi culturali, sociali e ideali che pure hanno un ruolo determinante, negando così l’opportunità di trarre dal disegno complessivo conclusioni dotate di fondamenta convincenti. Tant’è che quando Wallerstein si spoglia dei panni dello storico e veste quelli del politico, le sue proposte perdono di fascino e coerenza, limitandosi all’invito a esercitare incessanti “pressioni verso la democratizzazione”, a richiedere “di più, molto di più” in fatto di welfare, a “costringere il centro liberale a rendere concrete le proprie preferenze teoriche”, fino a “fare dell’antirazzismo il criterio di valutazione della democrazia”. Quasi che accelerare la crisi del sistema attuale sia più importante che porre le basi per costruirne uno nuovo. Dispiace, perché nel mucchio si perdono spunti se vogliamo un po’ azzardati ma senz’altro originali, tra cui l’idea che “invece di trasformare università e ospedali in istituzioni orientate al profitto, dovremmo pensare al modo in cui trasformare le industrie siderurgiche in istituzioni non-profit”. Dispiace ancor di più perché le tesi di Wallerstein hanno il merito di uscire in qualche modo dalla logica di breve periodo con cui siamo abituati a leggere gli eventi intorno a noi, la quale logica incarna davvero uno dei mali principali del nostro tempo: l’incapacità di guardare lontano.

Note
1. Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, Bologna, vol. I, 1978; vol. II, 1982 (titolo originale: The Modern World-system, New York, vol. I, 1974; vol. II, 1980; vol. III, 1988).
2. Le teorie di Wallerstein condividono l’approccio metodologico sviluppato dallo storico francese (fra i diversi incarichi ricoperti, egli dirige il Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilization) e attingono, fra gli altri, agli studi di Pierre Chaunu, Paul Sweezy e André Gunder Frank.
3. Wallerstein identifica la direzione presa dal capitalismo mondiale con lo “spirito di Davos”, luogo d’elezione del World Economic Forum, cui si contrappone lo “spirito di Porto Alegre”, dove per la prima volta si è tenuto il World Social Forum.
4. “TINA”, secondo un o slogan popolare negli USA, ovvero “there is no alternative”.

giovedì 28 agosto 2003

Il paradosso federalista

Il paradosso federalista
Calogero Muscarà
Marsilio Editori, 2001

Cominciamo dalla fine: il paradosso federalista è il prodotto di due esigenze in sé contrapposte che dovranno però in qualche modo giungere a una conciliazione. Trattasi di una universale quanto evidente domanda di globalizzazione e di una un po’ più italiana ma altrettanto innegabile domanda di federalismo. Frutto di tale ineluttabile connubio sarà un paradosso che vedrà la devoluzione alle attuali istituzioni locali di una quantità di prerogative oggi di competenza dello Stato e la successiva riattribuzione da parte delle stesse istituzioni locali delle prerogative avute a organi di governo statali e sovrastatali, in coerenza con le logiche dettate dalla globalizzazione.
Questa, sebbene in sintesi e con qualche semplificazione, la tesi di fondo del professor Muscarà, esposta in maniera invero un po’ confusa e arrovellata nel saggio edito nel novembre 2001, a pochi mesi dalla stringente vittoria elettorale della Casa delle Libertà.
Proprio da tale vittoria prende le mosse la trattazione: essa, ritiene il professore, è il segno di due importanti pulsioni popolari, ovvero la volontà di vedere applicate alla cosa pubblica le medesime logiche tipiche dell’impresa privata e l’esigenza dei singoli cittadini di sentire (e avere fisicamente) più vicine le istituzioni. Entrambe tali pulsioni hanno attraversato l’ultimo ventennio dello scorso secolo prendendo via via sostanza, radicandosi principalmente nel Nord del Paese, in un primo momento, e, successivamente, estendendosi all’intero stivale. Principali promotori e interpreti se ne sono fatti i movimenti localistici, fra cui è emersa la Lega di Bossi. Il localismo di tali movimenti, tuttavia, pare privo di un reale fondamento storico: niente lo lega con la domanda di regionalismo comparsa già nell’immediato dopoguerra e precisatasi vent’anni dopo nel regionalismo della sinistra e dei socialisti che portò a dar vita alle attuali Regioni, né tanto meno con la dottrina federalistica immessa nella logica democristiana da Don Sturzo. Piuttosto, “l’eredità bossiana è semmai socialista e potrebbe perfino essere avvicinata alle proteste che avevano alimentato sia Antonio Gramsci sia quanti – a sinistra – avevano accusato il processo unitario dello Stato di aver trascurato la gente”. In ogni caso, nel regionalismo che si origina negli anni ottanta e si sviluppa poi nel decennio successivo “predomina una volontà liberatrice dall’egemonia dei partiti, di cui si fanno portavoce tutte le forze, democratiche o istituzionali, che sentono urgere l’istanza di un radicale cambiamento dello Stato”. Il ruolo giocato dagli scandali di Tangentopoli nel produrre il carattere di urgenza di dette istanze è evidente e noto, come noto è anche il contemporaneo emergere dei movimenti leghisti del Nord, prima localizzati regionalmente e poi confluiti nella Lega Nord. L’anno chiave è quello che corre tra il 1993 e il 1994, in cui si dissolvono tutti i partiti tradizionali, nasce e si afferma il movimento di Berlusconi e la Lega prosegue nel suo consolidamento. Le cronache di quegli anni sono ancora fresche nella memoria e tutto sommato appare superfluo ripercorrerne le tappe: l’operazione di ricostruzione cui Muscarà dedica più di un capitolo appare sinceramente poco utile, se non al fine di dare un senso di compiutezza alla trattazione. Interessanti sono invece alcune osservazioni che egli cita dalla “Storia dell’Italia repubblicana” di Silvio Lanaro: “Il vero problema è il «non governo», la desolante incapacità del ceto politico di risolvere anche il problema più semplice. Certamente la causa è la partitocrazia, l’intreccio maligno fra interessi pubblici e privati, la trasformazione di imprese, banche, RAI-TV, ospedali, università, INPS, organi di stampa e quant’altro si vuole in accampamenti lottizzati dalle forze politiche; ma l’aspetto più perverso della partitocrazia, di cui raramente si tiene conto a sufficienza, non è l’immoralità, la protervia, la vocazione prevaricatrice in generale – vale a dire la disobbedienza alle comuni regole di onestà imposte dall’etica laica come da quella religiosa –, bensì un’attitudine a nuocere alla collettività derivante dalla paralisi, dalla «non scelta», dall’inazione, dal nullismo operativo che sono sempre provocati dall’infeudamento delle istituzioni all’interesse”. Se infatti in un primo momento è la protesta a prender piede, il passo è breve a che il movimento localista ricerchi il superamento dei suddetti problemi attraverso il tentativo di ricorso a forme di autogoverno. E’ qui che il Nord e la sua impresa – piccola e media ma anche grande al punto di essere spesso multinazionale e talora addirittura globale – assumono un ruolo di primissimo piano. L’accento leghista sulla secessione dell’Italia settentrionale dal resto del Paese e sulla dimensione etnico-culturale che tale secessione avrebbe dovuto giustificare appare in realtà non del tutto in linea con le istanze che spingono le imprese del Nord (e in particolare quelle del Nordest) a spalleggiare il movimento. Queste chiedono maggiore autonomia e una riforma sostanziale dello Stato, ma “le ragioni del dissenso da Roma, della protesta contro la politica meridionalistica, dell’insofferenza per la burocrazia e di tutte le altre lamentele e richieste non sono ritenute sufficienti a motivare una secessione dallo Stato italiano”. Le parole di Mario Carraro, ai tempi presidente dell’associazione degli imprenditori veneti, sono illuminanti: “Ogni imprenditore nordorientale, per quanto sia un acceso autonomista, sa bene una cosa: che noi siamo oggi dentro la quinta potenza industriale del mondo. Se andassimo da soli saremmo al massimo un bel Belgio. Anzi, molto peggio, perché ci mancherebbe tutto: storia, peso internazionale, diplomazia. Certe cose non si inventano dall’oggi al domani. Sarebbe una iattura.”.
Quasi commovente è a questo punto il ritratto che viene fatto del popolo veneto: “etica del lavoro, creatività, capacità sovrumana di faticare, andare dritto alle soluzioni, ecco le qualità degli abitanti di quest’area che ne hanno consentito lo sviluppo impensato”. Una vera e propria “idolatria del produttivismo”, insomma, che, unitamente al senso di frustrazione per sentirsi frenati nella corsa dal grosso carrozzone statale, produce quel collante speciale che trasforma il regionalismo in federalismo. “Le radici dell’identità veneta vengono da lontano, da quella civiltà contadina che è certamente tramontata ma ha lasciato segni profondi”, e se è vero che “molti dei tratti che abbiamo attribuito alla nostra regione potrebbero essere rinvenuti anche in altre”, si dimostra così che la ripartizione dello stivale in tre repubbliche federate da molti immaginata ha in sé meno significato dell’attuale ripartizione regionale: le Regioni ufficiali dello Stato, sebbene disegnate dalla Costituente senza un approfondito dibattito, presentano oggi ancora caratteri pregnanti di identità e radicamento culturale. Nasce qui, o, meglio, qui viene fatto nascere, quel paradosso di cui si è detto in principio: dall’esistenza di una quantità di localismi motivati da identità comunitarie definite viene il senso del federalismo, ma tali localismi – e il federalismo che ne consegue – non possono esimersi dal fare i conti con la rete globale degli scambi, oggi estesa a tutti gli ambiti dell’attività umana. L’interrogativo se sia la rete a fare i nodi o i nodi la rete viene sciolto senza eccessivi dubbi a favore della seconda ipotesi, dando così la quadratura al cerchio: il modello federale americano (anche qui!), che si propone quale “difesa del potere locale fondata sulla rinuncia funzionale a alcune sue condizioni al fine di non rinnegare ma di rafforzare la centralità democratica delle autonomie” (sic!) può ben applicarsi al caso italiano. “Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, le Regioni stesse, una volta capovolta la logica che continua a considerarle articolazione dello stato centrale, diventate il mattone di partenza su cui reggere il nuovo stato, dovrebbero saper rinunciare a quella parte del potere locale che appare incompatibile con esso, esprimendo così la propria capacità di confrontarsi con la logica del potere attuale”. Già, paradossale…

sabato 2 agosto 2003

Non nell'indifferenza


"Non nell'indifferenza io cerco la salvezza
è il brivido dell'ignoto quanto di meglio ha l'uomo
e benché al mondo costi caro commuoversi
sentire è toccare il fondo dell'immensità."

Johann Wolfgang von Goethe
dal Faust

giovedì 6 febbraio 2003

Struggle for life. La lotta per la sopravvivenza all’alba del terzo millennio.

L’attesa spasmodica per l’avvio della conquista dell’Iraq da parte dell’esercito statunitense sembra aver contagiato ormai in maniera definitiva l’opinione pubblica internazionale. Seppure molte sono ancora le voci che si levano contro l’intervento militare, nessuno sembra credere davvero che lo schieramento di forze messo in campo dagli USA possa rimanere ancora a lungo inattivo. Del resto gli intenti del presidente Bush e dei suoi sono chiari e nemmeno celati: l’Iraq verrà affidato per diciotto mesi al governo del generale Tommy Franks (eventualmente affiancato da un civile di nomina ONU), il paese verrà ricostruito (dopo i bombardamenti ce ne sarà bisogno) e con esso le infrastrutture politiche, economiche e sociali, sfruttando le risorse petrolifere per il reperimento dei necessari fondi (che presumibilmente finiranno nelle tasche delle imprese – americane? – che se ne occuperanno). La motivazione è nobile e umanitaria: il popolo iracheno merita di essere liberato dalle angherie del raìs di Bagdad e il resto del mondo merita di essere liberato dalla minaccia del terrorismo internazionale. Sulla sincerità di detti intenti sono in molti a nutrire dubbi e perplessità. Altrettanti ne hanno scritto, con dovizia di particolari, e ripetere quanto già è noto è utile, come insegna l’antica saggezza, ma al tempo stesso mette in dubbio l’intelligenza di chi ascolta. Limitiamoci perciò a riportare alcuni fatti più o meno incontestabili. Il signor Saddam Hussein non è al suo posto per caso. Purtroppo, data l’oggettiva impossibilità di reperire altrettanto oggettive informazioni sugli orientamenti dell’opinione pubblica irachena (se qualcuno ha fonti al di sopra d’ogni sospetto alzi la mano), non è dato sapere se egli goda o meno dell’appoggio popolare di cui si fa vanto. Ne dubitiamo, ma – tant’è – resta un punto di vista. Sappiamo invece, con maggiore certezza, come il nostro uomo sia giunto a mettere (e mantenere) il sedere sulla poltrona che occupa: i primi contatti con i servizi segreti americani risalgono ai primi anni sessanta, quando il giovane Saddam, militante di spicco dell’allora movimento terroristico Baath, si trovava in Egitto, e il ruolo giocato dalla CIA in appoggio dei colpi di stato baasisti del ’63 e poi ancora del ‘68 che portarono il raìs al potere in funzione antisovietica sono ben documentati. La storia vuole ancora che sul finire degli anni ottanta la Casa Bianca avesse bisogno di qualcuno che desse del filo da torcere agli antipatici iraniani e che il prescelto, l’eletto, fosse una volta di più lui, Saddam. Sappiamo dunque come il raìs abbia goduto del favore politico ed economico del mondo occidentale per lungo tempo, come sia stato a lungo sovvenzionato, sponsorizzato e opportunamente rifornito degli armamenti necessari. Possiamo addirittura presumere che le armi che egli nega di avere siano in buona parte le stesse che noi gli abbiamo venduto e che, pertanto, egli mente. E a noi i bugiardi non piacciono. Ma ai bugiardi, come alle spie, al massimo si taglia la lingua. Per seppellirli di bombe, anche se intelligenti, serve dell’altro. Procediamo dunque nell’analisi e parliamo del terrorismo. Dopo l’11 settembre 2001 abbiamo assistito a una discreta sequenza di attentati e azioni terroristiche. Fatta eccezione per quanto avvenuto al teatro Dubrovka di Mosca, i paesi colpiti sono tutti mussulmani. Sebbene i morti sul campo, gli obbiettivi diretti, per così dire, fossero americani, francesi, tedeschi, israeliani, eccetera, le conseguenze reali di quelle azioni le pagano oggi quegli stessi paesi che le hanno subite: paesi come il Kenya e Bali hanno visto dimezzarsi l’afflusso di turisti e così venir meno la propria principale fonte di sostentamento. Dovrebbero anche loro aver paura dei terroristi e dell’Iraq, ammesso per ipotesi – e non concesso in quanto da dimostrare – che un legame esista tra Iraq e terrorismo. Ma loro non sanno o non possono (o non vogliono?) difendersi, sicché li aiutiamo noi nella guerra al comune nemico. Il legame tra Iraq e terrorismo, però – come detto – è tutto da dimostrare, e voci recenti parlano di dubbi sorti fra le fila stesse di CIA e FBI: “gli 007, - scrive Guido Olimpio dalle pagine del Corriere della Sera – non escludono l’esistenza di un’assistenza dell’Iraq ad Al Qaeda, tuttavia affermano che le prove non sono così solide come si è lasciato credere.”. Quel che gli ispettori ONU stanno a fare in Iraq è dunque un lavoro inutile. A che serve dimostrare che Saddam stia o meno armandosi? E quanti paesi al mondo stanno facendo lo stesso? E quanti ancora sono ben più avanti sulla medesima strada? E’ dunque sufficiente che l’Iraq si armi per dedurne le cattive intenzioni e i legami con Al Qaeda? Se così fosse, a noi la prima bomba! Ma così non è, ché i processi si fanno sui fatti, e le sentenze si emettono a fine processo, in primis, e, soprattutto, si circostanziano con prove solide e inconfutabili. A maggior ragione se sono sentenze di morte. Non bastano gli spizzichi e i bocconi di un Colin Powell in cerca di alleati. Così è, invece, nei fatti: il mondo intero aspetta che l’ONU sancisca quel che potrebbe essere del tutto vero: l’Iraq è armato. Nessuno si chiede se questo sia sufficiente a muovergli una guerra. Il sentimento generale pare come di rassegnazione. Sappiamo che succederà, dunque prepariamoci. Ma perché si farà? Di fatto la risposta la sanno tutti, ma nessuno ne parla apertamente, forse perché ha il colore dell’oro che non risplende: il petrolio. Gli Stati Uniti sono stati per lungo tempo i principali produttori mondiali di greggio, e se fino agli anni cinquanta detenevano oltre la metà del mercato mondiale, solo vent’anni dopo toccavano il picco della produzione: dal 1970 in poi gli USA hanno visto velocemente ridursi la propria autonomia (e supremazia) energetica , rimanendo tuttavia – a tutt’oggi – la nazione dai consumi più elevati: nel 2002 sono stati in grado di coprire solo l’11% del proprio fabbisogno con risorse interne, riducendo così le proprie riserve petrolifere a un magro 2% delle riserve mondiali totali. La popolazione americana costituisce il 5% di quella mondiale, ma assorbe correntemente oltre un quarto del petrolio estratto nel mondo. Ciononostante, le importazioni USA dai paesi OPEC sono oggi inferiori, in termini percentuali, a quelle di venticinque anni or sono. Secondo il documentatissimo Rifkin, che si avvale degli studi di Campbell e Laherrère e di molti altri, “la produzione globale di petrolio raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni, addirittura prima del 2010). […] I produttori non-OPEC raggiungeranno il picco prima del 2010, mentre i cinque principali paesi OPEC del Medio Oriente – Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Iran e Abu Dhabi – lo raggiungeranno probabilmente nel 2015.”. Questo equivale a dire – e non c’è bisogno della sfera di cristallo per azzardare simili previsioni – che al più tardi tra una quindicina d’anni – sic stantibus rebus – assisteremo a una progressiva impennata del costo del greggio, a tutto vantaggio delle sole nazioni del Medio Oriente, che saranno in quel momento le uniche e sole sul pianeta a poterne ancora estrarre in quantità significativa. Alla luce di simili profezie, sottoscritte peraltro in più occasioni dall’autorevole International Energy Agency dell’OCSE, l’importanza vitale di un posto al sole tra il Tigri e l’Eufrate appare evidente. Si badi bene: non facciamo le pulci ai nemici, e nemmeno agli amici. Quel posto al sole non è un’ambizione tutta a stelle e strisce: in quanto alleati della superpotenza, tutti i paesi che orbitano nella NATO (e qualcuno che vi gira intorno), potrebbero trarre benefici se i pozzi iracheni si dipingessero di bianco, rosso e blu. Tutti, tranne qualcuno. Parigi e Mosca, forse con lungimiranza, forse sottovalutando la determinazione della Casa Bianca, sembrano aver ripreso ultimamente i contatti con Bagdad. Non è un caso se dalla probabile guerra all’Iraq hanno preso le distanze, e non certo (o non solo, ci piacerebbe dire) per motivi etici e politici. Tanto più che la grande Russia di Vladimir Vladimirovič Putin si ritrova a dover difendere la posizione appena conquistata di primo produttore mondiale di greggio. Ma facciamo ancora un passo e andiamo a visitare dall’altra parte del mondo il tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frías. Stando alle stime degli analisti della Wood Mackenzie, da quando nel paese imperversano gli scioperi le maggiori compagnie petrolifere che operano in Venezuela perdono complessivamente 6,7 milioni di dollari al giorno. La sola Eni, quarta tra le compagnie europee per volumi di mercato,
perde 870.000 dollari al giorno da quando, il 17 dicembre dello scorso anno, è stato chiuso il suo giacimento Dacion. Il calo di produzione, valutato attorno ai 980.000 barili di greggio al giorno, incide parimenti sui conti di Total Fina Elf SA, Conoco Phillips, Exxon Mobil Corporation, Chevron Texaco Corporation., Royal Dutch/Shell Group, Statoil ASA, Repsol YPF SA, BP Plc e Petro-Canada. Di più: stando agli esperti del settore, il Venezuela vedrà fortemente ridursi la sua quota sul mercato mondiale del greggio per almeno sei mesi dopo la fine degli scioperi, e potrebbe impiegare anni per tornare ai suoi livelli abituali. Se consideriamo che nella lista dei fornitori di oro nero agli USA il Venezuela occupa un posto di prim’ordine, non desta meraviglia che Washington si sia affrettata a riconoscere a tempo di record il governo del presidente della confindustria venezuelana, Pedro Carmona Estanga, all’indomani del colpo di stato che nello scorso aprile aveva costretto Chàvez alle dimissioni. Non desta meraviglia che abbia subito provveduto a manifestare soddisfazione per “la democrazia ritrovata” di un paese dal quale importa 1 milione e 200 mila barili di petrolio al giorno. Non desta meraviglia il disappunto per il ritorno al potere di Chàvez dopo soli due giorni. Le conseguenze di questo clima caldo sono ovvie, visto che l’oro nero è soggetto a evaporazione: il prezzo del greggio ha marcato il record sfondando la soglia dei 30 dollari al barile, segnando un aumento di poco inferiore al 20% rispetto alla media del 2002.
Ancora dubbi? Perché parlare di scopi umanitari e nobili quando ve n’è uno sopra gli altri che non ha pari? Sopravvivenza, produzione, consumi, benessere. Tutto grazie al petrolio. La nostra macchina non può far senza, e dove non arriva il portafogli possono arrivare gli aeroplani. Ora, il punto è un altro. Si tratta in primo luogo di decidere se continuare ad anteporre il nostro benessere a quello del resto del mondo, e, quando avessimo deciso di perseverare in questa folle quanto poco umana e per nulla eroica tentazione, se affidare agli Stati Uniti lo stendardo del nostro futuro. A voi la scelta, ai posteri (quelli che rimarranno) l’ardua sentenza.

Note:
1. I piani della Casa Bianca sono stati anticipati dal New York Times del 6 gennaio 2003. Si veda anche, fra gli altri, l’articolo di Ennio Caretto titolato “La Casa Bianca pronta a governare l’Iraq” pubblicato su Il Corriere della Sera del 7 gennaio 2003, pagina 2.
2. Si veda in proposito, tra gli altri, Magdi Allam, “Saddam, storia segreta di un dittatore.”, Milano, Mondadori, 2003
3. Il 17 marzo 2002, in Pakistan, una bomba viene lanciata contro una chiesa protestante di Islamabad. Il bilancio è di cinque morti, due dei quali americani. L’11 aprile, in Tunisia, un’ autocisterna guidata da un kamikaze esplode vicino alla sinagoga di Djerba provocando 20 morti, tra cui 14 turisti tedeschi. Ancora in Pakistan, l’8 maggio un kamikaze alla guida di un'auto imbottita di tritolo colpisce un autobus uccidendo 14 tecnici francesi e 3 passanti e il 14 giugno un'autobomba esplode davanti al consolato USA a Karachi. Nell'esplosione restano uccise 12 persone. Il 6 ottobre, nello Yemen un'esplosione apre il fianco della petroliera francese “Limburg”. Muore un marinaio. L’8 ottobre, nell'isola di Faikala, Kuwait, due uomini armati sparano contro soldati statunitensi impegnati in manovre militari e colpiscono a morte un marine. I militari a loro volta uccidono i due aggressori. Il 10 ottobre una bomba viene lanciata contro la fermata di un autobus a Kidapawan, nelle Filippine. I morti sono 6. Il 12 ottobre tre esplosioni seminano distruzione a Kuta Beach, nell'isola di Bali. Nell'attentato muoiono 190 persone, tra cui numerosi turisti. Il 17 ottobre, ancora nelle filippine, due bombe provocano 7 morti in una zona commerciale di Zamboanga. Il 26 ottobre un commando di guerriglieri ceceni, tra cui 18 donne, assalta il teatro Dubrovka di Mosca, prendendo in ostaggio circa 800 persone. I guerriglieri minacciano di far saltare il teatro ma due giorni dopo un blitz delle forze speciali russe li uccide tutti, lasciando sul campo anche 129 ostaggi, morti avvelenati dai gas usati dalle forze speciali. Da ultimo, il 28 novembre una jeep carica di esplosivo si scaglia contro un hotel a Mombasa, Kenya, pieno di turisti israeliani. 15 persone muoiono. Poco prima due razzi vengono sparati contro un aereo della compagnia israeliana Arkia durante il decollo, mancando il bersaglio. Il tutto mentre in Israele a Beith Shein un kamikaze fà strage in una sede del Likud.
4. Guido Olimpio, “CIA e FBI ora hanno paura che il castello di prove cada”, Milano, Corriere della Sera del 3 febbraio 2003, p.8.
5. Walter Youngquist, “GeoDestinies. The inevitable control of Earth resources over nations and individuals.”, Portland, National Book Company, 1997.
6. EIA, “World crude oil and natural gas reserves. January 1, 2000”, (http://www.eia.doe.gov/emeu/iea/table81.html), aggiornamento del 5 febbraio 2001; EIA, “World oil demand. 1990-present”, (http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t14.txt); EIA, “World oil demand. 1997-2001”, (http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t24.txt).
7. Jeremy Rifkin, “Economia all’idrogeno”, Milano, Mondadori, 2002.
8. Di possibili accordi tra Parigi e Mosca e Bagdad per lo sfruttamento dei pozzi iracheni parla, tra gli altri, Arthur Schlesingher, storico ed ex consigliere di Kennedy, in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2003.
9. Sabrina Tavernise, “Russian to keep limits on oil exports trough June”, su The New York Times del 21 marzo 2002, cit. in Rifkin, op. cit.
10. Thomas Tugendhat, “Venezuela: le petrolifere perdono $6,7 mln/giorno”, Bloomberg, 23 gennaio 2003.
11. Mark Shenk, “Venezuela oil output recovery to lag strike's end”, Bloomberg, 27 gennaio 2003.
12. “Opec: prezzo record del petrolio degli ultimi 2 anni.”, comunicato ANSA del 21 gennaio 2003.