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lunedì 23 maggio 2011

sabato 26 marzo 2011

Scampia, Italia.

Nello scorso mese di novembre, assieme all’amico Andrea Brera che lì ha realizzato un suo bellissimo reportage fotografico, sono stato a Scampia.
Per curiosità e perché mi piace l’idea che per parlare delle cose bisogna prima toccarle con mano. Avevo infatti in programma di realizzare uno spettacolo teatrale che parlasse del vivere in questo angolo d’Italia del quale il resto d’Italia ha deciso di fare a meno. L’idea mi era venuta leggendo un libro passatomi proprio da Andrea: “Manuale del perfetto venditore di droga. Romanzo con business plan.”, di Alessandro Esposito. A farci da Cicerone tra le Vele, le Case dei puffi, il campo Rom sotto l’asse mediano, l’opera Don Guanella, il parco, il mercato, la scuola occupata e i palazzi anonimi c’era Ciro. Ciro, che di cognome fa Corona, lavora per un’associazione che tra le varie cose organizza percorsi di legalità per i ragazzini che vivono a Scampia. In parole semplici lui e chi lavora con lui si prendono i ragazzi da casa, li seguono nel loro iter scolastico e cercano di insegnare loro che esiste anche un modo onesto per vivere e guadagnarsi il pane. In un posto dove fin da bambino t’insegnano che se non fotti il prossimo sei un coglione, quella di Ciro e dei suoi mi è sembrata un’impresa titanica, degna di tutta la mia stima. Così, tornati a casa, io e Andrea abbiamo raccolto un po’ di amici sui quali sapevamo di poter contare e, piano piano, abbiamo cominciato a lavorare all’idea di raccontare a Milano che, ottocento chilometri più a sud, in una terra dove tutti pensano che ci sia solo droga e delinquenza, vivono alcune decine di migliaia di persone che cercano di fare una vita normale. E in mezzo a queste persone ce ne sono centinaia e centinaia che si battono perché la propria terra sia un posto migliore dove stare. E la terra di queste persone, che per noi così lontani si chiama Scampia, per loro si chiama Italia.
Gli amici con cui ci siamo messi al lavoro si chiamano Andrea Tammaro, Gabriele Villa, Cesare Giuzzi, e via via a loro si sono aggiunti altri amici e persone che abbiamo incontrato lungo il percorso. Così, quello che doveva essere un piccolo tributo si è trasformato pian piano in un evento la cui portata è andata ben oltre le nostre aspettative: un mese intero di incontri, mostre, presentazioni, concerti, spettacoli e proiezioni, “per raccontare l’altra faccia di Gomorra: la Scampia che resiste e non si arrende”. A Milano, perché Milano è sempre più terra di conquista da parte della criminalità, e non arrendersi a Scampia, difendere il territorio, diventa allora un modo per difendere Milano, così come Roma, Palermo, Bologna, Firenze, Venezia, Torino e l’Italia intera. Perché ogni pezzo di terra lasciato al nemico è una roccaforte in più da smantellare, una ferita in più da medicare prima che diventi cancrena.
Ai molti appuntamenti, il cui lungo elenco è consultabile sul sito che abbiamo creato, all’indirizzo www.scampiaitalia.it, parteciperanno tante persone che hanno dato la loro disponibilità, a cominciare da Alessandro Esposito, autore del libro da cui è partito il tutto, il quale col suo spirito intraprendente è entrato a pieno titolo nel gruppo degli organizzatori. E con lui Ciro Corona, che assieme a Don Aniello Manganiello e a Daniele Sanzone degli A67 (che apriranno l’evento col loro concerto), verrà a presentare il progetto Scampia Trip. E ancora Sergio Nazzaro, Davide Cerullo, Fabio Abati, Igor Greganti, Pasquale Passaretti, Bruno Bigoni e Valerio Spada, che porteranno il proprio contributo, chi come fotografo, chi come scrittore, giornalista, documentarista, attore. E Giovanni Pelloso, critico, fotografo e giornalista, che condurrà un bellissimo incontro con Valerio Spada e Andrea Brera, autori entrambi di reportage in terra di camorra, alla scoperta della loro esperienza diretta nel rapporto con le persone, i luoghi, le sensazioni. E ancora la Pina, di Radio DJ, la quale con entusiasmo ha accettato di condurre una serata dedicata al fenomeno neomelodico, assieme ad Armando Sanchez, di Radio Studio Emme, e Federico Vacalebre, de “Il Mattino”. E tutti gli ospiti di primissimo piano che animeranno l’incontro al Circolo della Stampa, nel quale si affronteranno i problemi del giornalismo d’inchiesta di fronte alla criminalità: Roberto Bichi, presidente della 1° sezione civile del Tribunale di Milano, l’avvocato Raffaele Della Valle, Giulio Cavalli, coraggiosissimo attore, e i giornalisti Giovanni Negri, Alberto Spampinato, Gianni Barbacetto, Renzo Magosso e Susanna Ambivero. E Alessio Galbiati e Roberto Rippa, di Rapporto Confidenziale, i quali hanno dato il loro contributo con una rassegna cinematografica ricchissima di documenti di assoluta qualità e di curiosità da non perdere. E Paola Savoldi, che assieme a Daniela De Leo ha organizzato il seminario di apertura sull’urbanistica delle periferie. E Rebecca Travaglia, che ha curato la grafica del materiale promozionale. E Annalisa Corbo e Rossella Savino, che hanno tenuto i rapporti con la stampa. E ancora Melina Scalise, di Spazio Tadini, Deborah De Bernardi e tutto lo staff di Areapergolesi/Maison Fou, lo staff di Palazzo Granaio, del Bitte, dello Spazio Frida, dello Spazio A, il Susp, la Virgolaz, i DescargaLab e i gruppi di Baggio e del Giambellino e tutti gli altri che qui non posso citare per questioni di spazio ma che hanno contribuito alla realizzazione di questo bellissimo evento, ai quali per questo va tutta la mia gratitudine.
Da lunedì prossimo la passione di tutte queste persone è a vostra disposizione: approfittatene, perché sarebbe un peccato non farlo. E perché sono sicuro che ne uscirete anche voi arricchiti, come è successo a me.
A presto!

Gaetano

P.S.: Ah, dimenticavo! Lo spettacolo teatrale di cui parlo all’inizio l’abbiamo fatto. È in scena anch’esso nell’ambito dell’evento, dal 14 al 17 aprile, presso un piccolo teatro milanese dove spesso ci piace presentare i nostri lavori. Trovate qui tutte le info: http://www.scampiaitalia.it/128/benedetto-colui-che/.

domenica 23 maggio 2004

Il declino dell'America


IL DECLINO DELL'AMERICA
di Immanuel Wallerstein
Feltrinelli, 2004
Traduzione di Mauro di Meglio
pagg. 268, euro 25

Sul finire degli anni Settanta le tesi di Immanuel Wallerstein sulla nascita e lo sviluppo del sistema economico capitalista ebbero una forte eco. Oggi, le sue considerazioni sul declino della potenza americana sviluppano la linea tracciata allora, fondata sull’analisi dei trend storici di lungo periodo, ed evidenziano diversi elementi di indubbio interesse.
Secondo Wallerstein, che viene dalla scuola di Braudel, il sistema – l’“economia-mondo” – capitalista ha visto la luce attorno alla metà del Quattrocento. Esso si caratterizza per essere fondato su meccanismi di produzione e accumulazione determinati non da fattori politici ma dalle leggi del mercato, grazie alle quali i centri di potere costruiscono la propria supremazia accrescendo la capacità e la competitività del proprio apparato produttivo con l’acquisizione di manodopera e materie prime a più basso costo presso le zone periferiche del sistema. Si tratta in buona parte, per dirla in breve, dei medesimi processi cui molti fanno riferimento parlando di globalizzazione e che dunque, in quest’ottica, appaiono niente affatto nuovi. Anzi – è questa la tesi di Wallerstein – essi sono ormai entrati nella fase ultima del loro ciclo di vita e pertanto “la scelta che è oggi di fronte a noi non è se piegarci o meno a questi processi, ma cosa fare di fronte al loro sgretolamento, poiché è questo ciò che sta accadendo.”
La crisi del sistema economico capitalista sarebbe determinata in particolare da tre “tendenze secolari” che vanno approssimandosi ai rispettivi asintoti: la crescita del livello salariare reale come componente dei costi di produzione, l’aumento del costo “ecologico” dei fattori produttivi materiali e la crisi degli stati nazionali per l’impossibilità di bilanciare i sistemi di tassazione con le richieste di servizio avanzate dalla cittadinanza. Ciascuna di queste tendenze sta generando dei limiti per l’accumulazione del capitale che non trovano soluzione nel lungo periodo, e “poiché l’incessante accumulazione di capitale è la caratteristica distintiva del capitalismo in quanto sistema storico, questa triplice pressione tende a rendere irrealizzabile la principale ragion d’essere del sistema e dunque a generare una crisi strutturale”.
Di questa economia-mondo in crisi gli Stati Uniti sono oggi la maggiore potenza, e il declino del sistema non può che segnare anche il declino di chi maggiormente ne incarna l’essenza: “L’11 settembre 2001 ha rappresentato un momento drammatico e sconvolgente nella storia americana. Non si è trattato, tuttavia, dell’inizio di una nuova epoca, ma solo di un evento significativo in una traiettoria che ha avuto inizio molto tempo prima, e che continuerà per molti decenni ancora; un lungo periodo che possiamo definire come il declino dell’egemonia degli Stati Uniti in un mondo caotico”. Dal 1945 a oggi l’economia-mondo capitalistica ha attraversato un tipico ciclo di breve periodo (“ciclo di Kondratieff”) che, “ha avuto due parti: una fase-A (1945-1973) di espansione economica e una fase-B (1973-oggi) di contrazione”. Nel ’45 gli Stati Uniti si trovarono ad essere l’unica nazione di un certo peso a non aver subito danni ingenti a seguito del conflitto mondiale, con un potenziale produttivo ingente e sostanzialmente intatto di fronte a un mondo in rovina. L’esigenza di creare una domanda su scala globale per dare sfogo a tale potenziale portò gli USA a intraprendere campagne di ricostruzione soprattutto in Europa e nell’Est asiatico, visti come principali mercati di sbocco, e a concordare con gli altri vincitori del conflitto l’assetto definito a Yalta. Ma proprio il successo degli Stati Uniti quale potenza egemone del dopoguerra ha posto le condizioni per la fine del loro dominio. “Questo processo può essere colto in quattro simboli: la guerra del Vietnam, le rivoluzioni del 1968, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e gli attacchi terroristici del settembre 2001. Ciascuno di questi simboli si fonda su quello che lo precede, culminando nella situazione in cui gli Stati Uniti si trovano attualmente, quella di una superpotenza isolata, che non dispone di un vero potere, di un leader mondiale che nessuno segue e che pochi rispettano, di una nazione pericolosamente alla deriva nel mezzo di un caos globale che non è in grado di controllare”. Ne è la dimostrazione la sostanziale inefficacia degli interventi militari americani nel mondo negli ultimi trent’anni: a partire dalla guerra del Vietnam, nota Wallerstein, fino ad arrivare all’ultima esperienza irachena, la storia della politica estera statunitense è segnata da una lunga teoria di interventi militari più o meno inefficaci che vanno dal Libano alla Somalia, passando per i Balcani. Anche a livello politico la situazione non appare migliore: si veda la questione palestinese, costellata di innumerevoli quanto infruttuosi tentativi di mediazione. Fanno eccezione, a confermare la regola, l’invasione di staterelli quali Panama e Grenada, di fatto privi di significative difese. Il crollo dei regimi comunisti tra il 1989 e il 1991 segnò la svolta definitiva. Quella che avrebbe dovuto essere una vittoria determinò anche l’inizio della fine del potere globale americano, facendone venir meno le principali basi politiche: da un lato ebbe fine la giustificazione politica di un’ulteriore subordinazione alla leadership USA da parte dei due principali rivali economici, Europa occidentale e Giappone, e, dall’altro, i movimenti antisistemici, in particolare quelli impegnati a respingere il dominio “occidentale” sul mondo “non-occidentale”, ebbero finalmente libero sfogo. Il crollo del comunismo significò dunque il crollo del liberalismo, “rimuovendo l’unica giustificazione ideologica a sostegno dell’egemonia americana, una giustificazione tacitamente sostenuta da quello che, in apparenza, del liberalismo era l’antagonista ideologico.”. Rotti gli ultimi argini, l’economia-mondo capitalista è andata da allora avanzando come un’automobile i cui comandi danneggiati si fanno via via più imprecisi e difficili da governare. In una situazione simile, “un conducente prudente guiderebbe a velocità assai ridotta. Ma non vi sono conducenti prudenti nell’economia-mondo capitalista”. E così è stato che la reazione più scomposta si è rivelata proprio quella del leader, che anziché rallentare ha preso a calcare il piede sull’acceleratore e, come spesso accade in tempi di confusione e insicurezza, si è messo alla caccia di un nuovo “demone”. Alcuni elementi specifici del rapporto tra Occidente e Islam quali le origini comuni (le liti in famiglia sono sempre le più aspre), la questione israeliana e la presenza del petrolio, hanno fatto dell’Islam il demone perfetto con cui sostituire il defunto spauracchio comunista. E il sistema intero, menando gli ultimi colpi di coda, è venuto dietro e ha messo in moto i suoi anticorpi: un certo populismo, il razzismo spicciolo che propone la pretesa superiorità della cultura occidentale, la visione affabulatrice che dipinge gli eventi correnti come l’inizio di uno scontro tra civiltà. Di questa retorica del potere è spesso oggetto il concetto di democrazia, termine divenuto imprescindibile per accreditarsi nell’ambito dell’agone politico. Eppure, di fatto, non vi è democrazia al mondo che non sia fortemente viziata. I mali più diffusi si chiamano corruzione, disuguaglianza materiale (o ingiustizia sociale) e “non-inclusione” dei cittadini nel processo partecipativo. Tre mali che evidenziano quanto le forme democratiche siano anch’esse, nelle forme attuali, in contrasto con quello che, nella retorica e nei fatti, è ritenuto essere il loro sistema d’elezione, l’economia-mondo capitalista. La progressiva democratizzazione comporta una maggiore distribuzione delle ricchezze, rendendone sempre più complicata l’accumulazione, sicché “perseguire l’incessante accumulazione di capitale, che in fin dei conti è la raison d’être dell’economia-mondo capitalista, diverrebbe impossibile. L’alternativa è dunque tra bloccare il processo di democratizzazione, cosa politicamente difficile, o muoversi verso un diverso tipo di sistema con l’obiettivo di conservare le realtà gerarchiche e inegualitarie”. E’ quest’ultima, secondo Wallerstein, la pericolosa direzione presa dal capitalismo occidentale, cui dovrebbe essere opposta una forza egualitarista capace di fare invece di una democrazia “reale” (e non semplicemente strumentale al sistema) il modello del futuro. Di fronte alla deriva dell’economia-mondo capitalista, infatti, non si può restare inermi, e Wallerstein, rivalutando alcuni pensieri che furono già di Gramsci, considera fondamentale in questo reindirizzamento il ruolo degli intellettuali. In primo luogo è necessario superare la dicotomia tra la scienza, vista come il regno della verità, e la politica, regno dei valori. Tale dicotomia altro non è se non l’ammissione di una differenza di fatto tra ciò che è (la scienza) e ciò che dovrebbe essere (i valori), differenza che giustifica a sua volta una serie di atteggiamenti schizofrenici del pensiero moderno, capace di proporre analisi teoriche, considerate descrittive della realtà e al tempo stesso prescrittive, che però sono inesatte: è opinione diffusa che il capitalismo sia e debba essere basato sulla concorrenza in un mercato libero, che gli stati siano e debbano essere sovrani, che la cittadinanza sia e debba essere basata sull’uguaglianza dei diritti e che gli studiosi e gli scienziati siano e debbano essere “avalutativi” e imparziali; nessuna di queste cose, tuttavia, è realmente quel che dovrebbe essere sul piano teorico. Di qui l’appello agli esponenti del mondo della cultura e delle scienze a farsi essi portatori dei valori del mondo di domani e alla sinistra mondiale (di cui Wallerstein si sente parte e avanguardia) ad abbandonare schemi mentali ormai obsoleti e considerare le opportunità poste da un momento di crisi e transizione in cui la via capitalista, ben lungi dall’essere l’unica alternativa possibile , è invece senz’altro l’unica destinata a perire. Un invito che, in verità, andrebbe esteso a tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e dal fatto di inquadrarsi nella schiatta degli intellettuali o in quella degli analfabeti.
Peccato che Wallerstein denoti una certa tendenza a riporre eccessiva fiducia nella rappresentatività del suo modello, sembrando talora più impegnato a voler ricondurre ad esso i fenomeni che osserva che a comprenderne le reali origini. E’ questa probabilmente la ragione per cui a fronte di analisi lucide e ben strutturate troviamo anche opinioni espresse con una certa leggerezza e argomentazioni buttate lì, quasi fossero scontate, prive di un reale fondamento. Analogamente – ma in questo caso la critica è strutturale – un modello che analizza la storia come un susseguirsi di fenomeni economici appare debole e parziale, limitato, quando non addirittura fuorviante. Troppe volte esso trascura elementi culturali, sociali e ideali che pure hanno un ruolo determinante, negando così l’opportunità di trarre dal disegno complessivo conclusioni dotate di fondamenta convincenti. Tant’è che quando Wallerstein si spoglia dei panni dello storico e veste quelli del politico, le sue proposte perdono di fascino e coerenza, limitandosi all’invito a esercitare incessanti “pressioni verso la democratizzazione”, a richiedere “di più, molto di più” in fatto di welfare, a “costringere il centro liberale a rendere concrete le proprie preferenze teoriche”, fino a “fare dell’antirazzismo il criterio di valutazione della democrazia”. Quasi che accelerare la crisi del sistema attuale sia più importante che porre le basi per costruirne uno nuovo. Dispiace, perché nel mucchio si perdono spunti se vogliamo un po’ azzardati ma senz’altro originali, tra cui l’idea che “invece di trasformare università e ospedali in istituzioni orientate al profitto, dovremmo pensare al modo in cui trasformare le industrie siderurgiche in istituzioni non-profit”. Dispiace ancor di più perché le tesi di Wallerstein hanno il merito di uscire in qualche modo dalla logica di breve periodo con cui siamo abituati a leggere gli eventi intorno a noi, la quale logica incarna davvero uno dei mali principali del nostro tempo: l’incapacità di guardare lontano.

Note
1. Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, Bologna, vol. I, 1978; vol. II, 1982 (titolo originale: The Modern World-system, New York, vol. I, 1974; vol. II, 1980; vol. III, 1988).
2. Le teorie di Wallerstein condividono l’approccio metodologico sviluppato dallo storico francese (fra i diversi incarichi ricoperti, egli dirige il Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilization) e attingono, fra gli altri, agli studi di Pierre Chaunu, Paul Sweezy e André Gunder Frank.
3. Wallerstein identifica la direzione presa dal capitalismo mondiale con lo “spirito di Davos”, luogo d’elezione del World Economic Forum, cui si contrappone lo “spirito di Porto Alegre”, dove per la prima volta si è tenuto il World Social Forum.
4. “TINA”, secondo un o slogan popolare negli USA, ovvero “there is no alternative”.

giovedì 28 agosto 2003

Il paradosso federalista

Il paradosso federalista
Calogero Muscarà
Marsilio Editori, 2001

Cominciamo dalla fine: il paradosso federalista è il prodotto di due esigenze in sé contrapposte che dovranno però in qualche modo giungere a una conciliazione. Trattasi di una universale quanto evidente domanda di globalizzazione e di una un po’ più italiana ma altrettanto innegabile domanda di federalismo. Frutto di tale ineluttabile connubio sarà un paradosso che vedrà la devoluzione alle attuali istituzioni locali di una quantità di prerogative oggi di competenza dello Stato e la successiva riattribuzione da parte delle stesse istituzioni locali delle prerogative avute a organi di governo statali e sovrastatali, in coerenza con le logiche dettate dalla globalizzazione.
Questa, sebbene in sintesi e con qualche semplificazione, la tesi di fondo del professor Muscarà, esposta in maniera invero un po’ confusa e arrovellata nel saggio edito nel novembre 2001, a pochi mesi dalla stringente vittoria elettorale della Casa delle Libertà.
Proprio da tale vittoria prende le mosse la trattazione: essa, ritiene il professore, è il segno di due importanti pulsioni popolari, ovvero la volontà di vedere applicate alla cosa pubblica le medesime logiche tipiche dell’impresa privata e l’esigenza dei singoli cittadini di sentire (e avere fisicamente) più vicine le istituzioni. Entrambe tali pulsioni hanno attraversato l’ultimo ventennio dello scorso secolo prendendo via via sostanza, radicandosi principalmente nel Nord del Paese, in un primo momento, e, successivamente, estendendosi all’intero stivale. Principali promotori e interpreti se ne sono fatti i movimenti localistici, fra cui è emersa la Lega di Bossi. Il localismo di tali movimenti, tuttavia, pare privo di un reale fondamento storico: niente lo lega con la domanda di regionalismo comparsa già nell’immediato dopoguerra e precisatasi vent’anni dopo nel regionalismo della sinistra e dei socialisti che portò a dar vita alle attuali Regioni, né tanto meno con la dottrina federalistica immessa nella logica democristiana da Don Sturzo. Piuttosto, “l’eredità bossiana è semmai socialista e potrebbe perfino essere avvicinata alle proteste che avevano alimentato sia Antonio Gramsci sia quanti – a sinistra – avevano accusato il processo unitario dello Stato di aver trascurato la gente”. In ogni caso, nel regionalismo che si origina negli anni ottanta e si sviluppa poi nel decennio successivo “predomina una volontà liberatrice dall’egemonia dei partiti, di cui si fanno portavoce tutte le forze, democratiche o istituzionali, che sentono urgere l’istanza di un radicale cambiamento dello Stato”. Il ruolo giocato dagli scandali di Tangentopoli nel produrre il carattere di urgenza di dette istanze è evidente e noto, come noto è anche il contemporaneo emergere dei movimenti leghisti del Nord, prima localizzati regionalmente e poi confluiti nella Lega Nord. L’anno chiave è quello che corre tra il 1993 e il 1994, in cui si dissolvono tutti i partiti tradizionali, nasce e si afferma il movimento di Berlusconi e la Lega prosegue nel suo consolidamento. Le cronache di quegli anni sono ancora fresche nella memoria e tutto sommato appare superfluo ripercorrerne le tappe: l’operazione di ricostruzione cui Muscarà dedica più di un capitolo appare sinceramente poco utile, se non al fine di dare un senso di compiutezza alla trattazione. Interessanti sono invece alcune osservazioni che egli cita dalla “Storia dell’Italia repubblicana” di Silvio Lanaro: “Il vero problema è il «non governo», la desolante incapacità del ceto politico di risolvere anche il problema più semplice. Certamente la causa è la partitocrazia, l’intreccio maligno fra interessi pubblici e privati, la trasformazione di imprese, banche, RAI-TV, ospedali, università, INPS, organi di stampa e quant’altro si vuole in accampamenti lottizzati dalle forze politiche; ma l’aspetto più perverso della partitocrazia, di cui raramente si tiene conto a sufficienza, non è l’immoralità, la protervia, la vocazione prevaricatrice in generale – vale a dire la disobbedienza alle comuni regole di onestà imposte dall’etica laica come da quella religiosa –, bensì un’attitudine a nuocere alla collettività derivante dalla paralisi, dalla «non scelta», dall’inazione, dal nullismo operativo che sono sempre provocati dall’infeudamento delle istituzioni all’interesse”. Se infatti in un primo momento è la protesta a prender piede, il passo è breve a che il movimento localista ricerchi il superamento dei suddetti problemi attraverso il tentativo di ricorso a forme di autogoverno. E’ qui che il Nord e la sua impresa – piccola e media ma anche grande al punto di essere spesso multinazionale e talora addirittura globale – assumono un ruolo di primissimo piano. L’accento leghista sulla secessione dell’Italia settentrionale dal resto del Paese e sulla dimensione etnico-culturale che tale secessione avrebbe dovuto giustificare appare in realtà non del tutto in linea con le istanze che spingono le imprese del Nord (e in particolare quelle del Nordest) a spalleggiare il movimento. Queste chiedono maggiore autonomia e una riforma sostanziale dello Stato, ma “le ragioni del dissenso da Roma, della protesta contro la politica meridionalistica, dell’insofferenza per la burocrazia e di tutte le altre lamentele e richieste non sono ritenute sufficienti a motivare una secessione dallo Stato italiano”. Le parole di Mario Carraro, ai tempi presidente dell’associazione degli imprenditori veneti, sono illuminanti: “Ogni imprenditore nordorientale, per quanto sia un acceso autonomista, sa bene una cosa: che noi siamo oggi dentro la quinta potenza industriale del mondo. Se andassimo da soli saremmo al massimo un bel Belgio. Anzi, molto peggio, perché ci mancherebbe tutto: storia, peso internazionale, diplomazia. Certe cose non si inventano dall’oggi al domani. Sarebbe una iattura.”.
Quasi commovente è a questo punto il ritratto che viene fatto del popolo veneto: “etica del lavoro, creatività, capacità sovrumana di faticare, andare dritto alle soluzioni, ecco le qualità degli abitanti di quest’area che ne hanno consentito lo sviluppo impensato”. Una vera e propria “idolatria del produttivismo”, insomma, che, unitamente al senso di frustrazione per sentirsi frenati nella corsa dal grosso carrozzone statale, produce quel collante speciale che trasforma il regionalismo in federalismo. “Le radici dell’identità veneta vengono da lontano, da quella civiltà contadina che è certamente tramontata ma ha lasciato segni profondi”, e se è vero che “molti dei tratti che abbiamo attribuito alla nostra regione potrebbero essere rinvenuti anche in altre”, si dimostra così che la ripartizione dello stivale in tre repubbliche federate da molti immaginata ha in sé meno significato dell’attuale ripartizione regionale: le Regioni ufficiali dello Stato, sebbene disegnate dalla Costituente senza un approfondito dibattito, presentano oggi ancora caratteri pregnanti di identità e radicamento culturale. Nasce qui, o, meglio, qui viene fatto nascere, quel paradosso di cui si è detto in principio: dall’esistenza di una quantità di localismi motivati da identità comunitarie definite viene il senso del federalismo, ma tali localismi – e il federalismo che ne consegue – non possono esimersi dal fare i conti con la rete globale degli scambi, oggi estesa a tutti gli ambiti dell’attività umana. L’interrogativo se sia la rete a fare i nodi o i nodi la rete viene sciolto senza eccessivi dubbi a favore della seconda ipotesi, dando così la quadratura al cerchio: il modello federale americano (anche qui!), che si propone quale “difesa del potere locale fondata sulla rinuncia funzionale a alcune sue condizioni al fine di non rinnegare ma di rafforzare la centralità democratica delle autonomie” (sic!) può ben applicarsi al caso italiano. “Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, le Regioni stesse, una volta capovolta la logica che continua a considerarle articolazione dello stato centrale, diventate il mattone di partenza su cui reggere il nuovo stato, dovrebbero saper rinunciare a quella parte del potere locale che appare incompatibile con esso, esprimendo così la propria capacità di confrontarsi con la logica del potere attuale”. Già, paradossale…